Non capita spesso che un horror arrivi a competere per l’Oscar come miglior film, ma L’Esorcista non è un titolo qualunque. William Friedkin adatta il romanzo di William Peter Blatty, che firma anche la sceneggiatura, e costruisce la paura partendo da una situazione quotidiana. A Georgetown, l’attrice Chris MacNeil vive con la figlia Regan, interpretata da Linda Blair. Quando il comportamento della ragazza cambia in modo sempre più inquietante, Chris prova prima tutte le spiegazioni mediche possibili. È proprio questa lunga ricerca razionale a rendere più spaventoso ciò che arriva dopo.
Padre Damien Karras, interpretato da Jason Miller, entra nella storia portandosi dietro una crisi di fede molto personale. Non è il sacerdote granitico che ci si potrebbe aspettare, ma un uomo stanco, pieno di dubbi e segnato dal senso di colpa. Padre Merrin, Max von Sydow, rappresenta invece l’esperienza di chi sembra sapere esattamente quale tipo di male abbia davanti. Il contrasto fra i due rende l’esorcismo finale qualcosa di più di una battaglia fra bene e male: è anche una prova sulla fede, sulla paura e sulla capacità di restare accanto a qualcuno quando ogni spiegazione sembra fallire.
L’impatto sul pubblico dell’epoca fu enorme e la fama di film capace di provocare malori nelle sale è diventata parte della sua leggenda. Ma ridurre L’Esorcista allo scandalo o alle scene più estreme sarebbe un errore. Friedkin lavora molto sui rumori, sui silenzi, sugli ambienti freddi e sulla progressiva impotenza di Chris. Gli effetti pratici e il trucco hanno inevitabilmente il peso degli anni, ma molte sequenze restano disturbanti proprio perché il film non ha fretta di arrivarci.
Nella versione estesa compare anche la celebre discesa di Regan sulle scale, una delle immagini più inquietanti legate al film. Personalmente qualche notte insonne me l’ha regalata davvero. Se siete impressionabili, il consiglio è di guardarlo in compagnia. Se invece cercate un horror fondamentale, capace di lavorare tanto sulla tensione psicologica quanto sul soprannaturale, spegnete le luci e preparatevi. Poi non dite che non vi avevo avvertito.
Il film ottenne dieci nomination agli Oscar e vinse per la sceneggiatura adattata e il sonoro, un risultato eccezionale per un horror dell’epoca. Il lavoro sul suono è ancora oggi uno dei suoi elementi più efficaci: voci, rumori improvvisi, respiri e silenzi costruiscono disagio anche quando sullo schermo non sta succedendo nulla di apertamente spaventoso. Friedkin tratta la possessione con una serietà quasi documentaristica, e questo rende tutto più credibile. L’Esorcista non è soltanto un film da paura, ma un dramma sulla fede, sulla maternità e sull’impotenza davanti a qualcosa che non riusciamo a spiegare. Proprio per questo continua a essere un riferimento obbligato del genere. Non serve credere nella possessione per sentirne la paura: basta credere alla disperazione di una madre che non sa più come aiutare la propria figlia. Ed è probabilmente questa umanità a renderlo ancora così disturbante.

