“Avevo conosciuto una rivoluzione che mi aveva fatto perdere parte della mia famiglia. Ero sopravvissuta a una guerra, e una banale storia d’amore per poco non mi stroncava.”
Persepolis è un film che credo meriti un paio di righe di presentazione già dal titolo: Persepolis era l’antica capitale dell’impero persiano, dove oggi sorge l’Iran, il palcoscenico di questo fumetto nato dalle mani di Marjane Satrapi, ragazza iraniana naturalizzata francese. Con la sua sapiente penna ci racconta la propria vita, divisa tra il paese che ha sempre amato ed un’Europa che le ha dato diversi natali, senza mai conquistarla del tutto. Oggi, dopo la scomparsa di Satrapi, rivedere questo film significa anche ritrovare il senso profondo del suo lavoro: non solo raccontare una storia personale, ma trasformare memoria, ironia e rabbia in uno strumento di libertà. Marjane Satrapi è stata una voce fondamentale per le donne iraniane, per i diritti umani e per chiunque creda che l’arte possa ancora opporsi alla paura.
Persepolis è la cronaca della giovinezza di Marjane, descrive gli anni che precedettero la rivoluzione in Iran ed il conseguente regime islamico, periodo in cui le donne non furono libere di sentirsi tali e che costrinse la ragazzina a rifugiarsi a Vienna. Il suo “esilio” austriaco fu solo momentaneo perché il richiamo della propria terra era troppo forte, e la voglia di lottare per i propri diritti, se possibile, ancora più potente. Da questa storia di sofferenza prende forma un fumetto crudo ma piacevole, animato da una forza vitale esuberante ed uno spirito combattivo e strafottente che ci farà innamorare di una ragazza, ormai cresciuta, tutt’altro che arresa alla difficile situazione iraniana.
La cosa più bella è che Persepolis non cerca mai la commozione facile. Anche quando racconta paura, repressione, solitudine, esilio e perdita, conserva sempre uno sguardo lucidissimo, a tratti persino buffo, profondamente umano. Il bianco e nero dell’animazione non semplifica la realtà, anzi la rende ancora più diretta: ogni volto, ogni gesto, ogni silenzio sembra arrivare da un ricordo inciso nella carne. È un film politico senza diventare pesante, autobiografico senza chiudersi nell’autocommiserazione, femminista senza bisogno di proclami. Parla dell’Iran, certo, ma parla anche di identità, adolescenza, famiglia, radici e libertà personale.
È facile capire come questo lungometraggio abbia provocato sdegno nel paese d’origine e come la stampa locale ne abbia prontamente preso le distanze. Il resto del mondo lo ha invece premiato con un’escalation di riconoscimenti, culminata con la candidatura come miglior film d’animazione agli Oscar 2008. Ma al di là dei premi, Persepolis resta soprattutto un film da vedere assolutamente perché riesce a fare una cosa rara: raccontare una tragedia storica attraverso gli occhi di una bambina che cresce, sbaglia, cade, riparte e non smette mai di cercare il proprio posto nel mondo. Un’opera viva, necessaria, ancora oggi attualissima.



