L’ottimo Fincher ci regala questo spettacolare thriller noir mozzafiato che ha fatto scuola nel genere. Davvero poco da dire: trama avvincente, suspense continua e colpi di scena che sfociano in un finale tutt’altro che scontato. Ma ciò che rende Seven così riconoscibile non è soltanto il mistero: è soprattutto la città senza nome, costantemente bagnata dalla pioggia, sporca, grigia e moralmente esausta. Fincher trasforma l’ambiente in una specie di estensione del caso, un luogo in cui Somerset sembra aver già visto tutto e Mills crede ancora di poter fare la differenza con energia e istinto. In più metteteci l’interpretazione magistrale della coppia vincente Freeman-Pitt. Morgan Freeman dà a Somerset una stanchezza quasi filosofica: è intelligente, metodico e convinto che il mondo non abbia nessuna intenzione di migliorare. Brad Pitt costruisce Mills all’opposto, impulsivo, competitivo e ancora abbastanza giovane da credere che rabbia e volontà possano bastare. Gwyneth Paltrow, nei panni di Tracy, impedisce che il loro rapporto resti soltanto una dinamica da poliziesco e porta nella storia una dimensione privata fondamentale. Il detective Somerset (Morgan Freeman) è un veterano del corpo di polizia che, nella sua ultima settimana di lavoro prima della pensione, si trova a fare i conti con quello che si rivelerà presto il caso più intricato della sua lunga carriera.
Al suo fianco ci sarà il giovanissimo detective Mills (Brad Pitt), talentuoso e ambizioso poliziotto che pecca però di inesperienza. I due dovranno vedersela con un misteriosissimo serial killer e con una serie di crimini che sembrano seguire un preciso schema riconducibile ai sette peccati capitali. L’idea è semplice ma potentissima, perché permette al film di trasformare ogni nuova tappa in una parte di un disegno più grande. Fincher non ha fretta di mostrare tutto: lavora sull’attesa, sui dettagli delle indagini, sulle biblioteche, sugli appartamenti e sul modo in cui i due detective reagiscono in maniera opposta allo stesso orrore. Sarà estremamente complicato per loro entrare nella mente dell’assassino e prevedere la sua prossima mossa.
Seven è uno di quei thriller che funzionano benissimo anche quando ormai si conosce il finale, perché il vero piacere non sta soltanto nello scoprire dove porterà l’indagine ma nel vedere come Fincher costruisce inevitabilità e tensione. Il film non cerca di rassicurare e non alleggerisce quasi mai l’atmosfera: proprio per questo, quando arriva alla sua parte conclusiva, sembra che tutto ciò che abbiamo visto ci abbia preparato a qualcosa che preferiremmo non affrontare. È cupo, preciso e ancora oggi un riferimento obbligato per chi ama il noir moderno. E forse è proprio questo il suo risultato migliore: dopo tanti imitatori, Seven continua a sembrare più inquietante e controllato di moltissimi thriller che hanno provato a replicarne la formula, senza riuscire a ritrovare la stessa precisione.

