In un punto cruciale della sua vita economica, il direttore esecutivo Gondo viene a sapere che suo figlio è stato rapito e che il riscatto richiesto è vicino alla quantità che Gondo stesso ha racimolato negli anni per un affare importante. L’uomo è disposto a pagare il riscatto, fino a quando viene a sapere che i rapitori hanno erroneamente rapito non suo figlio, ma il figlio del suo autista. Dovrà decidere se aiutare l’uomo e pagare al suo posto – perché per il rapitore non importa di chi sia figlio, l’importante è che qualcuno paghi – e così fallire, perché quei soldi servivano per pagare un enorme debito, contratto per l’affare della sua vita, o appunto lasciare nei guai l’autista e suo figlio.
La cosa straordinaria è il modo in cui la storia cambia forma senza perdere tensione. All’inizio siamo quasi sempre chiusi nell’abitazione di Gondo, costretti a seguire una scelta morale che nessuno vorrebbe affrontare. Poi lo spazio si allarga e l’indagine ci porta nelle strade e negli ambienti più diversi della città. Kurosawa costruisce ogni scena con una precisione impressionante: anche la posizione degli attori dentro l’inquadratura sembra raccontare qualcosa sul potere, sul denaro e sulle responsabilità. Toshiro Mifune è magnifico nel rendere i dubbi di un uomo abituato a decidere e improvvisamente incapace di trovare una soluzione indolore.
Uno dei Kurosawa meno famosi eppure uno dei più belli. Un vero e proprio capolavoro per le sue oltre due ore di durata. A una prima parte carica di suspense ne segue una seconda molto curata, carica di dettagli, improntata verso la risoluzione del caso. Con abile maestria Kurosawa dirige un cast di formidabili attori e riesce a dipanare una trama sempre tesa, capace di coinvolgere così tanto lo spettatore da provare incessantemente anch’esso una soluzione. Un grandissimo finale è la ciliegina sulla torta. Lascia senza fiato. Grazie Akira.

