“Heathcliff, tu non sei abbastanza… non per lei.”
Ci sono classici che, ogni volta che qualcuno prova a rimettere in piedi, scatenano automaticamente due fazioni: chi vuole “il libro, ma in costume”, e chi è pronto a farsi sorprendere da un’interpretazione nuova. Questo Cime Tempestose (versione Emerald Fennell) sta decisamente nella seconda categoria: prende l’ossatura emotiva del romanzo e la filtra con un’estetica molto riconoscibile, a tratti sensuale, a tratti volutamente sgradevole, spesso più “febbre” che racconto lineare. E sì: si sente che è un film che non ha paura di spaccare il pubblico in due.
La prima cosa che ti investe è il lato visivo. Costumi, scenografie, fotografia: tutto lavora per rendere la brughiera (e la casa, e i corpi, e perfino il fango) qualcosa di fisico, quasi tattile. Non è la versione grigia e composta che ti aspetti dal “gotico da manuale”, ma una declinazione più barocca e più pop, con un gusto per il dettaglio che può sembrare eccessivo… ma è coerente con l’idea di Fennell: spingere sul desiderio, sul possesso, sull’ossessione come se fossero una malattia. In questo senso, la regia è sicura: anche quando eccede, lo fa con intenzione, non per caso.
Sul fronte interpretazioni, i/le protagonisti/e reggono bene il peso di personaggi che, per definizione, non sono fatti per risultare “simpatici”. Margot Robbie porta una Catherine che alterna magnetismo e crudeltà senza chiedere scusa; Jacob Elordi lavora più per sottrazione di quanto ci si aspetterebbe da un ruolo così “mitologico”, e proprio quella specie di freddezza controllata rende certe scene più disturbanti. Funziona anche il contorno, soprattutto quando il film lascia respirare le dinamiche di potere dentro la casa e non si limita a correre verso i momenti “iconici”. Se devo trovare un rischio, è che la chimica fra i due a volte sembra più un incendio estetico che un legame emotivo: abbaglia, ma non sempre scalda.
Ed è qui che entrano le scelte di adattamento. Chi cerca la fedeltà al testo (o la struttura più ampia e stratificata del romanzo) probabilmente resterà frustrato: questa è una riduzione e, in alcuni punti, una riscrittura di tono. Il film preferisce l’impatto immediato alla complessità “a incastro”, e alcune parti risultano più schematiche o, al contrario, dilatate: ci sono sequenze che insistono su atmosfera ed erotismo quando avresti voglia di un po’ più di carne narrativa. Però, se lo prendi per quello che è (un Cime Tempestose in versione 2026, non un compito in classe) ha un suo fascino perverso: ti trascina, ti infastidisce, ti fa sorridere in momenti in cui non dovresti, e poi ti lascia addosso quella sensazione di tragedia sporca e inevitabile. Non è “la” versione definitiva, ma è una versione che vale la pena vedere proprio perché osa. E se ti piacciono i film che ti costringono a decidere da che parte stai (anche solo emotivamente), qui hai pane per i tuoi denti.



