Imprint – Sulle Tracce del Terrore

インプリント ~ぼっけえ、きょうてえ~ - Inpurinto ~bokke kyote~, 2006 · Takashi Miike

Horror63 min

Christopher arriva su un’isola giapponese cercando Komomo e ascolta una verità sempre più atroce. Miike condensa colpa, tortura e incubo in un’ora feroce.

Recensione di

★★★★★ ★★★★★
Voto medio: 3,71
(7 voti totali)

“Quest’isola non è degli uomini; è abitata solo da demoni e puttane.”

Imprint – Sulle Tracce del Terrore è uno di quei titoli che bisogna quasi andare a cercare apposta. Takashi Miike non è certo un regista che abbia paura di mettere lo spettatore a disagio, e qui sfrutta un’ora scarsa per concentrare una quantità impressionante di crudeltà, deformazione e immagini difficili da dimenticare. Non è l’horror ideale per chi cerca soltanto qualche spavento: vuole disturbare e ci riesce con una facilità quasi irritante.

Il film nasce all’interno di Masters of Horror, serie antologica ideata da Mick Garris che affidava episodi autonomi a registi diversi del genere, fra cui anche Dario Argento. Miike sfrutta la libertà del formato per costruire qualcosa di estremamente personale, più vicino a un incubo raccontato a voce bassa che a un episodio televisivo tradizionale. Ogni elemento sembra leggermente fuori posto: l’isola, i colori, i volti, gli interni e perfino il modo in cui i personaggi raccontano il passato.

Christopher, giornalista americano, torna in Giappone alla ricerca di Komomo, donna a cui aveva promesso di tornare. Sull’isola scopre che è morta e chiede a una prostituta sfigurata di raccontargli che cosa sia successo. Da quel momento Imprint diventa un racconto dentro il racconto in cui ogni nuova versione sembra nascondere qualcosa di ancora peggiore. La verità emerge a strati, mescolando colpa, desiderio, violenza e immagini volutamente insostenibili.

La parte più famosa è sicuramente quella delle torture, ma il film funziona anche grazie all’atmosfera irreale. Miike non punta al realismo: costruisce un Giappone quasi da fiaba malata, dove tutto appare contaminato dal ricordo e dalla colpa. È questo che impedisce alla violenza di ridursi a semplice esercizio splatter.

Non è un film da consigliare a tutti, e stavolta l’avvertimento è serio. Se però amate l’horror più estremo e volete vedere fin dove può spingersi Miike quando non sente il bisogno di trattenersi, Imprint resta un’esperienza difficile da dimenticare. Buona visione, si fa per dire.

Billy Drago interpreta Christopher con un’aria da uomo già sconfitto prima ancora di conoscere la verità. La prostituta che gli racconta la storia, invece, cambia continuamente il significato di ciò che abbiamo appena ascoltato. Miike usa questa narrazione inaffidabile per spingere lo spettatore sempre più dentro un passato che sembra deformarsi a ogni nuova confessione.

La crudeltà non è soltanto fisica. Imprint parla di colpa, vergogna e desiderio di costruire una versione sopportabile dei propri ricordi. Più Christopher chiede la verità, più diventa evidente che forse non esiste una versione capace di salvarlo. È un’ora di cinema volutamente repellente, ma dietro lo shock c’è una struttura molto più precisa di quanto possa sembrare. Il formato breve gli fa bene: Miike non perde tempo a costruire un mondo rassicurante prima di distruggerlo. Ci getta subito dentro una storia già malata e continua semplicemente a scavare. È breve, feroce e probabilmente uno degli episodi più estremi mai prodotti per un’antologia televisiva horror. Non è poco, nemmeno per Miike.

Scheda del film

Titolo originale
インプリント ~ぼっけえ、きょうてえ~ - Inpurinto ~bokke kyote~
Anno
Durata
63 minuti
Genere
Cast
Youki Kudoh, Billy Drago, Toshie Negishi