L’Uomo che Uccise Don Chisciotte

The Man Who Killed Don Quixote, 2018 · Terry Gilliam

Avventura / Commedia132 min

Un pubblicitario torna nel villaggio del suo vecchio film e incontra un calzolaio convinto di essere Don Chisciotte. Gilliam confonde realtà, cinema e fantasia.

Recensione di

★★★★★ ★★★★★
Voto medio: 4,42
(97 voti totali)

“È convinto di essere Don Chisciotte.”
“Allora ci divertiremo.”

«Tranquilli, questo è solo il trailer del film» diceva Terry Gilliam in Lost in La Mancha, il documentario che ci aveva raccontato di un disastro produttivo e di una lotta contro tutto e tutti. Alla fine Terry ce l’ha fatta. Quasi vent’anni dopo quel tentativo fallito, la pellicola maledetta ha abbattuto tutti i mulini a vento ed è finalmente arrivata nelle sale. Ed è completamente diversa da quella immaginata all’inizio, un’idea nuova che si è costruita proprio attraverso le peripezie di questo lunghissimo percorso. Durante l’anteprima italiana a Roma, dove noi eravamo, Gilliam appariva esattamente come ci si poteva aspettare: camicia a fiori, sorriso coinvolgente, battuta sempre pronta e nessuna voglia di diventare ragionevole.

Toby, interpretato da Adam Driver, è un regista pubblicitario di successo che anni prima aveva girato un piccolo film su Don Chisciotte in un villaggio spagnolo. Tornando nello stesso luogo scopre che quell’esperienza ha lasciato conseguenze molto più profonde di quanto immaginasse. Javier, il vecchio calzolaio che aveva scelto come protagonista, è ormai convinto di essere davvero Don Chisciotte e identifica Toby nel proprio Sancho Panza. Da quel momento realtà, memoria e fantasia cominciano a sovrapporsi fino a rendere sempre più difficile capire dove finisca una e inizi l’altra.

Il ritmo rimane elevato per tutti i 132 minuti, le incursioni nei flashback e nelle visioni fantastiche sono ben armonizzate con la narrazione e l’ironia non diventa quasi mai eccessiva. Gilliam racconta soprattutto dell’effetto che il cinema può avere sulle persone e di quanto possa essere pericoloso vendere sogni quando poi qualcun altro decide di viverci dentro. Toby, che inizialmente guarda il proprio passato come materiale da riutilizzare, deve fare i conti con le vite che quel vecchio film ha realmente modificato. Jonathan Pryce è straordinario proprio perché Javier non è soltanto un folle da prendere in giro: dentro la sua illusione esiste anche una dignità che mette continuamente in crisi il cinismo del protagonista.

C’è l’eterna lotta fra realtà e fantasia, ma Gilliam non elegge un vincitore. Nel film si alternano, si impossessano prima di un personaggio e poi dell’altro e a volte prendono in giro direttamente anche noi. Terry Gilliam si diverte perché, in fondo, lui stesso è sempre stato un Don Chisciotte che si ostina a vivere nella fantasia. Il fatto che abbia inseguito questo progetto per decenni rende il film inevitabilmente anche una sua autobiografia indiretta. Non è perfetto e il caos a volte rischia di travolgere tutto, ma proprio quell’ostinazione gli dà un fascino che nessun progetto più ordinato avrebbe potuto avere. Adam Driver, con il suo Toby sempre più disorientato, è il contrappeso ideale all’entusiasmo di Pryce: uno ha smesso di credere alle proprie immagini, l’altro ci crede fin troppo. Gilliam li mette insieme e lascia che siano loro a decidere, scena dopo scena, chi sia davvero il folle.