“Sono il lupo cattivo!”
Jack Torrance, un insegnante e scrittore disoccupato, accetta un lavoro come guardiano invernale dell’Overlook Hotel, un enorme albergo isolato tra le Montagne Rocciose. Si trasferisce lì insieme alla moglie Wendy e al piccolo Danny, convinto di poter approfittare della solitudine per scrivere e rimettere ordine nella propria vita. Ma l’isolamento, la neve, il silenzio dell’hotel e le presenze inquietanti che sembrano abitare quelle stanze iniziano poco a poco a scavare nella sua mente. Jack perde progressivamente il controllo, fino a prendere di mira proprio i suoi cari, trasformando quella che doveva essere una pausa dal mondo in un incubo senza via d’uscita. La famiglia potrà salvarsi solo grazie anche alla luccicanza, lo “shining” di Danny, un dono misterioso che gli permette di vedere ciò che gli adulti non vogliono o non riescono a vedere.
Shining è tratto dal romanzo omonimo di Stephen King del 1977, ma quello di Stanley Kubrick è qualcosa di più di una semplice trasposizione. È un film psicologico, freddo, disturbante, capace di giocare con le paure e le ansie più profonde degli esseri umani, senza dover mostrare continuamente mostri o sangue. Il vero orrore nasce dall’attesa, dagli spazi troppo grandi, dai corridoi vuoti, dai rumori improvvisi e da quella sensazione costante che qualcosa, dentro l’Overlook Hotel, stia osservando ogni movimento. Kubrick costruisce una tensione lentissima e implacabile, arricchendo la sceneggiatura con scene allucinatorie che ormai fanno parte della storia del cinema.
Famosissima è la scena del piccolo Danny che gira con il triciclo, ripresa dal basso, lungo i corridoi dell’albergo. Il rumore delle ruote che passa dalla moquette al pavimento crea da solo un’inquietudine assurda, prima ancora che il bambino si imbatti in immagini e figure sospese tra fantasia, memoria e realtà. Ma Shining è pieno di momenti diventati cult: l’ascensore che riversa sangue, le gemelle, la stanza 237, la macchina da scrivere con la frase ripetuta ossessivamente, fino alla sequenza in cui Jack sfonda la porta del bagno dove Wendy e Danny cercano rifugio e, con lo sguardo completamente invasato, urla “Sono il lupo cattivo!”. È una scena che anche chi non ha mai visto il film probabilmente conosce, tanto è entrata nell’immaginario collettivo.
Il film funziona ancora oggi perché non è solo un horror, ma anche il racconto di una famiglia che si sgretola, di una mente che cede e di un bambino costretto a capire il male prima del tempo. La riluttanza e la violenza dell’adulto si scontrano con l’innocenza infantile, segnando un percorso senza ritorno in cui ogni stanza dell’albergo sembra nascondere una minaccia. Jack Nicholson è impressionante, esagerato e magnetico, Shelley Duvall trasmette una paura sempre più fisica e reale, mentre Danny Lloyd resta uno dei bambini più memorabili del cinema horror.
Shining è un bellissimo film degli anni ’80, uno di quei titoli che non si guardano solo per spaventarsi, ma per entrare in un’atmosfera malata, ipnotica e indimenticabile. Un capolavoro del cinema horror psicologico, da vedere assolutamente almeno una volta nella vita.



