Jack Gramm è uno psichiatra forense che collabora con l’FBI e insegna all’università, interpretato da un grande Al Pacino. Nove anni prima la sua testimonianza è stata decisiva per condannare a morte Jon Forster, accusato di essere un serial killer. Proprio nel giorno in cui l’esecuzione si avvicina, Jack riceve una telefonata anonima: gli restano 88 minuti di vita. Il numero non è casuale e riapre una ferita personale legata all’omicidio della sorella, un trauma che il film usa per rendere la minaccia molto più intima di un semplice gioco al gatto e al topo. Diretto da Jon Avnet, 88 minuti parte quindi da un meccanismo semplicissimo e molto cinematografico: un conto alla rovescia che costringe il protagonista, e con lui lo spettatore, a dubitare praticamente di chiunque. Il film non perde troppo tempo a costruire un’indagine elegante, preferisce accumulare sospetti, telefonate, deviazioni e possibili colpevoli, facendo leva soprattutto sulla presenza di Pacino.
Nel frattempo una nuova vittima viene ritrovata con modalità che ricordano i delitti attribuiti a Forster, che dal braccio della morte continua a proclamarsi innocente. Jack si ritrova così a correre contro il tempo mentre qualcuno sembra conoscere perfettamente la sua vita, le sue relazioni e i suoi punti deboli. La struttura è quella di un thriller puro, con una minaccia immediata e una serie di sospetti che cambiano continuamente peso. Alicia Witt, Leelee Sobieski, Amy Brenneman e Neal McDonough girano attorno al protagonista come possibili alleati, vittime o elementi di disturbo. Questa abbondanza di piste non sempre gioca a favore della credibilità, ma tiene il film in movimento e rende facile continuare a fare ipotesi fino all’ultimo. Avnet usa telefoni, corridoi universitari, parcheggi e appartamenti come tappe di una caccia che raramente concede a Jack il tempo di ragionare con calma. Il risultato è più efficace quando si limita a correre che quando prova a spiegare troppo.
Non tutto è sottile, alcune svolte sono decisamente forzate e chi pretende un giallo rigoroso potrebbe perdere la pazienza ben prima dello scadere del tempo. Ma 88 minuti non vuole essere un rompicapo perfetto: vuole creare urgenza. In questo senso Al Pacino fa gran parte del lavoro necessario, passando dalla sicurezza professionale alla paranoia senza smettere di dominare la scena. Sa quando alzare la voce, ovviamente, ma soprattutto sa quando fermarsi, guardare qualcuno un secondo di troppo e farci chiedere se Jack abbia capito qualcosa prima di noi. È il classico thriller da serata senza troppe pretese, nervoso e pieno di svolte, che rende al meglio se accettate il gioco e non pretendete che ogni pezzo combaci con precisione chirurgica. Per un’ora e mezza abbondante il tic tac funziona, e a volte basta proprio quello. Il film non ha l’eleganza dei thriller più rigorosi e qualche coincidenza chiede una certa disponibilità a lasciarsi trascinare, ma sa bene quale promessa sta facendo: pressione continua, sospetti ovunque e Al Pacino al centro della scena. Se cercate questo, 88 minuti fa il suo dovere senza troppi giri.

