Fahrenheit 451

Fahrenheit 451 - François Truffaut, 1966


Voto medio: 3,69
(16 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 112 minuti
GENERE: Drammatico, Fantascienza
CAST: Cyril Cusack, Julie Christie, Anton Diffring, Oskar Werner, Alex Scott, Bee Duffel, Jeremy Spenser, Ann Bell.

“Stammi a sentire, Montag: a tutti noi una volta nella carriera, viene la curiosità di sapere cosa c’è in questi libri; ci viene come una specie di smania, vero? Beh, dai retta a me, Montag, non c’è niente lì, i libri non hanno niente da dire!”

Fahrenheit 451 di François Truffaut è uscito nel 1966, ma oggi sembra molto meno un film di fantascienza e molto più un avvertimento che abbiamo ignorato con eleganza, sorridendo davanti allo schermo. Tratto dal romanzo di Ray Bradbury, il film immagina una società in cui i libri sono proibiti e i pompieri non spengono incendi: li appiccano. Bruciano biblioteche, romanzi, saggi, pagine, memoria. Tutto ciò che può creare dubbio, desiderio, confronto, disobbedienza. Ed è proprio qui che Fahrenheit 451 torna a essere un film da vedere assolutamente oggi, non perché “aveva previsto tutto” in modo semplice, ma perché aveva capito una cosa ancora più grave: il potere non deve per forza distruggere il pensiero con la violenza, può anche convincerci che pensare sia inutile, faticoso, perfino pericoloso.

Guy Montag, interpretato da Oskar Werner, è uno di quei pompieri modello che obbediscono prima ancora di capire. È efficiente, rispettato, in attesa di promozione, perfettamente inserito in un sistema che ha trasformato la cultura in contrabbando. Poi arriva Clarisse, Julie Christie, e gli fa una domanda minuscola ma devastante: ha mai letto uno dei libri che brucia? Da quel momento il film cambia temperatura. Montag comincia a rubare ciò che dovrebbe distruggere, a leggere di nascosto, a scoprire che dentro quelle pagine non c’è il veleno raccontato dal potere, ma la possibilità di essere vivi in un modo diverso. La moglie Linda, interpretata sempre da Julie Christie in un doppio ruolo molto intelligente, è invece il volto opposto di quella società: sedata, assorbita dalla televisione, felice solo perché le è stato tolto quasi tutto ciò che potrebbe renderla inquieta. È una felicità piatta, igienica, senza profondità. Una non-vita scambiata per tranquillità.

La scena più spaventosa, ancora oggi, non è solo quella dei libri che bruciano. È il discorso del capitano, quando spiega a Montag che i libri non hanno niente da dire, che i romanzi parlano di persone mai esistite, che la filosofia rende infelici, che chi legge finisce per credersi superiore agli altri. È un discorso mostruoso perché ha una sua logica marcia, una logica che riconosciamo: se un’idea crea disagio, eliminiamola; se una storia apre una possibilità, chiudiamola; se qualcuno vuole vivere diversamente, facciamolo passare per malato, vanitoso, arrogante. “Dobbiamo essere tutti uguali”, dice in sostanza il potere. Ma non uguali nei diritti, nella dignità, nella libertà. Uguali nel silenzio. Uguali nella rinuncia. Uguali perché nessuno deve più desiderare abbastanza da ribellarsi.

E qui arriva il presente, purtroppo. Perché in questi giorni ha fatto discutere la notizia di aziende di intelligenza artificiale che acquistano enormi quantità di libri, li scansionano pagina per pagina per trasformarli in dati utili all’addestramento delle macchine e poi distruggono o riciclano le copie fisiche. Non è la stessa cosa dei pompieri di Truffaut, certo. Nessuno arriva in casa con il lanciafiamme e il casco lucido. Ma il simbolo è violentissimo lo stesso: il libro non viene più bruciato perché sovversivo, viene smontato perché utile; non viene censurato, viene digerito; non viene odiato, viene reso materia prima. È quasi peggio, in un certo senso, perché almeno il tiranno di Fahrenheit 451 temeva i libri. Noi rischiamo di arrivare a un punto in cui non li temiamo più, non li amiamo più, non li leggiamo più: li tritiamo per far parlare meglio una macchina al posto nostro.

E non c’è solo l’intelligenza artificiale a rendere Fahrenheit 451 così vicino. Negli Stati Uniti, negli ultimi anni, migliaia di libri sono stati rimossi o contestati nelle scuole e nelle biblioteche, spesso perché considerati troppo scomodi, troppo espliciti, troppo politici, troppo capaci di aprire una crepa nella testa di chi legge. Libri che parlano di razzismo, identità, corpi, famiglie diverse, violenza, diritti, memoria storica. Cioè esattamente quei libri che a un certo punto dell’infanzia o dell’adolescenza possono fare la cosa più pericolosa di tutte: allargare il mondo. Anche qui non serve più il rogo spettacolare. Basta una delibera, una pressione locale, una lista di titoli da togliere dagli scaffali, una scuola che preferisce evitare problemi. E così la distopia diventa molto meno distopica di quanto vorremmo: non perché i bambini non sappiano leggere, ma perché qualcuno decide prima di loro quali domande non devono nemmeno cominciare a farsi.

Truffaut gira tutto questo con un’estetica stranissima e ancora magnetica: i caschi neri, il rosso dei pompieri, le case tutte uguali, la televisione come focolare tossico, la musica di Bernard Herrmann che rende ogni gesto più inquieto. È vero, Fahrenheit 451 può sembrare datato in certi movimenti, in certi dialoghi, in una freddezza molto anni Sessanta che non cerca mai davvero lo spettacolo facile. Ma proprio quella rigidità oggi funziona: sembra il comportamento di un mondo che ha dimenticato come si prova qualcosa. E quando arriva la donna che sceglie di bruciare insieme ai suoi libri, il film trova un’immagine difficilissima da dimenticare. Non è fanatismo: è il gesto estremo di chi sa che alcune cose, una volta consegnate al fuoco, non tornano più.

Il finale degli uomini-libro, con persone che imparano a memoria i testi per salvarli dalla distruzione, resta una delle idee più belle e malinconiche della fantascienza. Fahrenheit 451 non dice solo che i libri vanno difesi. Dice che la memoria deve avere un corpo, una voce, una responsabilità. Oggi che deleghiamo sempre più parole, pensieri, riassunti, scelte e perfino immaginazione a strumenti che sembrano pensare per noi, questo film brucia in modo diverso. Il nostro futuro non dipenderà soltanto da quanto saranno intelligenti le macchine, ma da quanto resteremo capaci di spegnerle, aprire una pagina, sopportare la fatica di una frase lunga, lasciarci disturbare da un’idea. Perché il vero incubo non è un mondo in cui qualcuno ci vieta di leggere. È un mondo in cui non ce ne importa più niente.