Bowling a Columbine

Bowling for Columbine - Michael Moore, 2002


Voto medio: 4,33
(33 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 120 minuti
GENERE: Documentario
CAST: Michael Moore, Charlton Heston, Marilyn Manson, Matt Stone, Chris Rock, James Nichols, Tom Mauser, Barry Glassner, Arthur A. Busch, Richard Herlan, Mike Bradley.

“Una cosa che gli adulti non dovrebbero dimenticare è che essere adolescenti fa schifo e andare a scuola fa schifo.”

C’è un momento, guardando questo film, in cui ti ritrovi a ridere e subito dopo ti si gela il sorriso in faccia. Non perché la battuta sia cattiva, ma perché capisci che stai osservando un Paese allo specchio, e quello specchio non fa sconti. È un’esperienza che definirei “necessaria” per chiunque ami il cinema che scuote, che mette in discussione, che usa il montaggio come un gancio allo stomaco e l’ironia come un bisturi. E sì: è un film da vedere assolutamente. Tra i film da vedere quando ti chiedi a cosa serva davvero un documentario, questo è uno di quelli che ti restituiscono la risposta in tempi rapidi e con precisione chirurgica. È intrattenimento brillante, ma anche rabbia organizzata, indignazione che diventa linguaggio audiovisivo. E, cosa rara, sa trasformare il tema più abusato del dibattito americano (le armi) nel racconto di una cultura intera: la paura, prima di tutto.

Michael Moore prende la tragedia della Columbine High School come punto di partenza, non come traguardo. È un dettaglio che ho amato: invece di fossilizzarsi sul “chi” e sul “come”, il film disinnesca l’ossessione del true crime e sposta subito la domanda sul “perché”. Perché negli Stati Uniti succedono così spesso massacri armati? Perché una nazione con una storia, una cultura pop e un’industria dell’intrattenimento condivise con mezzo mondo registra numeri radicalmente diversi quando si parla di violenza con armi da fuoco? Moore lo racconta con il suo solito mix devastante: blob di notiziari che pompano allarme in ogni frame, animazioni sarcastiche che sembrano scenette dei Monty Python, interviste che non sono mai “talking heads”, ma piccoli dispositivi narrativi che svelano contraddizioni un’inquadratura alla volta.

Da amante della regia e dei movimenti di macchina, mi ha colpito l’uso di camera a mano che segue Moore nei corridoi delle istituzioni e nei parcheggi dei centri commerciali: l’oscillazione controllata ti mette addosso la sensazione di cercare risposte in un posto che non ne ha, mentre il montaggio alterna con crudeltà funzionale gli sketch comici e i materiali d’archivio più duri. Le transizioni sono spesso “a freno tirato”: Moore ti fa ridere (la banca che ti regala un fucile aprendo un conto… surreale eppure reale), poi ti inchioda con una statistica, una telecamera di sorveglianza, un dettaglio che non puoi ignorare. Voce fuori campo asciutta, tappeti musicali minimalisti, anche il suono del film tiene la temperatura emotiva nel punto più interessante: il confine tra satira e tragedia, tra indignazione e impotenza. È un equilibrio danzato con sorprendente lucidità.

Il colpo di genio narrativo, per me, è il viaggio in Canada. Lì Moore non trova un’utopia senza armi (spoiler: non esiste), ma un paradosso che incastra lo spettatore: percentuale di armi diffusa, eppure pochissime morti. Quindi non è solo una questione di “quante armi”, ma di come la società interiorizza conflitti, paura, alterità. Qui il film è molto più ambizioso di quanto sembri: la tesi che gli USA alimentino una cultura della paura è argomentata non a colpi di editoriali, ma come un thriller: indizi, piste, facce, pubblicità, spezzoni d’epoca. La tv che spettacolarizza il crimine, le aziende che monetizzano la sicurezza, i discorsi muscolari che promettono ordine a suon di minacce: tutto rientra in un ecosistema dove la paura non è un effetto collaterale, è un prodotto.

C’è una sequenza che definirei da antologia: Moore accompagna due ragazzi feriti a Columbine al quartier generale di Kmart per restituire simbolicamente le pallottole comprate a pochi centesimi. È cinema d’azione civile, col montaggio che ti porta dalla tenerezza all’indignazione passando per la logica ferrea di un gesto. Non è “giornalismo da trappola”, è drammaturgia dell’evidenza. E infatti quell’azione ottiene una risposta concreta. Altro momento da manuale: l’intervista a Charlton Heston, allora volto pubblico della National Rifle Association. Non è la clip che “fa vincere” Moore; anzi, il pregio sta nel non trasformare l’incontro in un boato di applausi per il regista. È una scena scomoda, quasi statica, dove l’assenza di risposte solide pesa più di qualunque smascheramento urlato. Il cinema qui non alza la voce: ti lascia in silenzio davanti a uno scarto di responsabilità che suona enorme.

Raccontare un film così significa pure prendersi il lusso della complessità: Moore non risolve. Non finge la formula magica. A tratti ti sembra che spinga troppo (fa parte del personaggio “Socratesco”), altre volte vorresti più accuratezza matematica quando snocciola numeri e confronti tra Paesi. Ma il cuore del discorso resta innegabile: l’ossessione per la difesa armata come risposta primaria a qualsiasi percezione di rischio, la trasformazione del vicino in una minaccia potenziale, l’informazione che amplifica l’eccezione fino a farne regola. In una scena, Marilyn Manson risponde alla domanda “Cosa avresti detto agli studenti di Columbine?” con una frase asciutta: “Avrei ascoltato”. Quello è il punto. Un film così è, in fondo, un invito ad ascoltare prima di impugnare, a pensare prima di premere.

A chi pensa “ma è propaganda”, rispondo: è cinema d’autore che dichiara una posizione. La differenza la fa la qualità con cui costruisce domande scomode. Se cerchi neutralità piatta, sbagli scaffale; se cerchi un’opera capace di spingerti fuori comfort e poi riportarti dentro con una risata che punge, questo è il tuo titolo. Se sei già d’accordo con Moore lo adorerai, se non lo sei lo discuterai, ma in entrambi i casi ti farà pensare. E oggi, con la discussione pubblica intossicata da slogan (“Penso che valga la pena affrontare il costo di qualche morte per arma da fuoco ogni anno, in modo da poter avere il Secondo Emendamento a tutela degli altri nostri diritti concessi da Dio”, una frase che fa rabbrividire chiunque abbia a cuore la vita, non una parte politica), il valore di un film che spezza le frasi fatte è gigantesco.

Non dimentico: è anche un film divertentissimo, e questa è la sua miccia. Moore vince l’Oscar nel 2003 come miglior documentario e se lo porta a casa dopo aver provocato mezzo mondo. Ma l’Academy, qui, ha premiato soprattutto una lezione: si può fare intrattenimento che ti spinge ad alzarti dalla poltrona con un compito in tasca. Non è un pamphlet travestito, è cinema pop che si permette di essere scomodo. È proprio il tipo di “film da vedere” che consigli all’amico che ama i thriller, al parente che segue solo le news, alla persona che dice “i documentari mi annoiano”: scommetto che resteranno incollati allo schermo, tra una risata e un colpo al cuore. Se devo muovere un appunto, direi che a volte Moore gioca talmente bene con l’indignazione da rischiare di sovrapporsi alla voce delle persone che intervista. È il suo limite e la sua forza: quando chiede è per confermare una tesi, non sempre per ascoltare fino in fondo. Ma la struttura del film compensa con onestà narrativa: non c’è una “morale unica”, c’è una mappa di indizi. E in un’epoca in cui si chiede al cinema di darti tutto masticato, questo livello di fiducia nello spettatore è quasi commovente.

Capolavoro? Per me sì, perché sta in quel raro crocevia in cui forma e contenuto si alimentano a vicenda. È uno specchio storto che restituisce un’immagine precisa. Ti fa ridere per farti abbassare la guardia, poi arriva al dunque senza urlare. Non so dirti se cambierà la tua opinione sul tema, ma so dirti che cambierà il modo in cui guardi la paura raccontata in tv, la politica che la usa come leva, il vicino di casa trasformato in minaccia da un titolo gridato. Ed è già tantissimo. Se cerchi un film da vedere stasera che non sia solo intrattenimento, ma una scossa necessaria, questo è quel titolo. Preparati a uscire con più domande di quelle con cui sei entrato. È il miglior segno che il cinema ha fatto centro.