Ma il Duce reclamava un posto al Sole. E siccome egli non parla mai per metafora, secondo me non intendeva l'Africa, intendeva proprio... il Sole!
Nel 1939 un manipolo di camicie nere parte alla conquista di Marte. Piccolo problema: sul pianeta non c’è aria. La soluzione del gerarca Barbagli? Ordinare ai suoi uomini di respirare lo stesso. Se questo è l’inizio della missione, immaginate il resto. Fascisti su Marte, diretto da Corrado Guzzanti e Igor Skofic, è una delle satire politiche italiane che mi fanno più ridere proprio perché prende un’idea assurda e la racconta con una serietà monumentale. Il pianeta rosso diventa un territorio “bolscevico” da conquistare, fra ordini impossibili, risorse inesistenti e il busto del Duce venerato come se potesse risolvere ogni problema. Guzzanti interpreta Barbagli e presta la voce al narratore di un falso cinegiornale fascista, ricostruito con immagini sgranate, toni trionfali e una quantità impressionante di sciocchezze pronunciate con assoluta convinzione. Non serve essere esperti di fantascienza: basta conoscere un po’ della retorica del Ventennio per capire quanto sia azzeccato il bersaglio.
A me diverte soprattutto il modo in cui il film smonta il potere senza bisogno di un discorso solenne. Basta osservare quei soldati: non hanno acqua, non sanno che cosa farsene delle rocce marziane, ma trovano sempre il tempo per organizzare gerarchie, imporre divieti e inventarsi un nemico. Gli improbabili Mimimmi diventano così il pretesto per mostrare il meccanismo coloniale: prima si proclama una conquista, poi si cercano disperatamente prove della propria grandezza. Il linguaggio è il vero effetto speciale. Le parole inventate, gli slogan, le deformazioni del lessico politico e quella voce fuori campo che trasforma ogni fallimento in vittoria finiscono per assomigliare inquietantemente a una comunicazione pubblica ancora familiare. Non sto dicendo che l’Italia di oggi sia quella del 1939: sto dicendo che la tentazione di sostituire i fatti con una narrazione muscolare non è scomparsa. Per questo la satira è ancora così attuale. E fa un certo effetto ritrovare, in mezzo alle battute, anche le allusioni alle guerre e alle giustificazioni politiche dei primi anni Duemila.
Il film nasce dagli sketch di Il caso Scafroglia ed è diventato un lungometraggio aggiungendo materiale nuovo. Si vede, nel bene e nel male: l’invenzione grafica è irresistibile, le scenografie povere sono parte del gioco, ma cento minuti di bollettini del regime possono risultare troppi e qualche gag perde mordente. Non lo consiglierei a chi cerca una commedia con una trama che cresce ordinatamente. Lo consiglierei invece a chi ama l’umorismo surreale, le parodie costruite con intelligenza e il cinema che riesce a far passare un’idea politica attraverso una risata. Lo spirito è quello di chi sa guardare al potere e vederne il lato ridicolo, come accade, in modo molto diverso, in Vogliamo Vivere! di Lubitsch. Corrado Guzzanti non chiede di prendere sul serio i suoi astronauti in orbace: chiede di riconoscere quanto spesso prendiamo sul serio qualcuno che parla esattamente come loro. E a quel punto, almeno per me, la risata diventa ancora più gustosa.

