“Gli argomenti che volevo esplorare nel mio film erano molti e diversi, ma la cosa principale era il desiderio della gente di comunicare, di esprimere le proprie emozioni e i propri sentimenti e, a volte, la loro incapacità di farlo” (frase del regista)
Il cinema è sempre un viaggio, un viaggio nei sogni, un viaggio nella propria vita, un viaggio nelle vite degli altri: in questo film il viaggio è protagonista e noi lo compiamo insieme a Dora, ex maestra elementare che arrotonda la pensione scrivendo lettere per gli analfabeti alla stazione centrale di Rio, e Josuè, uno dei suoi “clienti”. Walter Salles parte proprio da quel luogo affollato e impersonale per mettere insieme due persone che, all’inizio, sembrano incapaci di aver bisogno l’una dell’altra. Dora ascolta ogni giorno desideri, rimpianti e dichiarazioni d’amore altrui, ma è diventata abbastanza cinica da trattarli quasi come materiale di lavoro. Josué, invece, è ancora tutto bisogno, rabbia e ostinazione. Il ragazzino va alla stazione con la madre per scrivere una lettera al padre che li ha abbandonati, il giorno seguente la donna ha un grave incidente e Josué, rimasto solo, chiede aiuto a Dora per ritrovare suo padre.
L’improbabile coppia si metterà in cammino per affrontare questo viaggio che ricorda l’antica quête delle fiabe, dove l’oggetto è un sogno di nostalgia. Mentre sulla strada si snodano le vite dei due protagonisti, così lontani così vicini, si affaccia dai finestrini, sbuca dagli angoli, sorprende con piccoli lampi la vita del Brasile che, non esibita sfacciatamente, rimane impressa ancora di più negli occhi dei due protagonisti e si rispecchia nei nostri. Il film diventa così anche un road movie molto concreto: autobus, stazioni, paesi, pellegrini, polvere e incontri casuali accompagnano una trasformazione che non ha bisogno di grandi svolte dichiarate. Fernanda Montenegro è straordinaria proprio perché non cerca di rendere Dora immediatamente simpatica; lascia che il personaggio cambi lentamente, quasi controvoglia, mentre Vinícius de Oliveira dà a Josué una testardaggine credibile e mai troppo costruita. Il viaggio è allora conoscenza di sé ma anche dell’altro, pretesto per rimettere ordine nella propria vita, sia essa ancora acerba come quella di Josué, sia già disillusa dal tempo come quella di Dora, e l’incontro con le vite degli altri non può che aprire gli occhi e la mente e il cuore. Forse così sarà più facile accettare la propria condizione, per ripartire verso una vita altra, consapevoli di essere parte di un’umanità che è specchio del tempo e di noi stessi.
Film da vedere perché con leggerezza, a volte ironia e tanta tanta poesia descrive insieme il sogno e la realtà, senza scadere nel banale pietismo furbo. Non è un caso che Central do Brasil abbia vinto l’Orso d’Oro a Berlino e abbia portato Fernanda Montenegro fino alla nomination all’Oscar come miglior attrice, mentre il film fu candidato anche come miglior film straniero. Sono riconoscimenti importanti, ma contano soprattutto perché confermano ciò che si sente guardandolo: la storia resta piccola, intima, quasi fragile, e proprio per questo riesce a parlare di qualcosa di molto più grande.

