Cure

キュア - Kyua - Kiyoshi Kurosawa, 1997


Voto medio: 4,27
(22 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 111 minuti
GENERE: Giallo, Horror, Mistero, Thriller
CAST: Kôji Yakusho, Masato Hagiwara, Tsuyoshi Ujiki, Anna Nakagawa, Shun Nakayama, Misayo Haruki, Yoriko Dôguchi, Denden, Ren Ôsugi, Masahiro Toda, Yukijiro Hotaru, Akira Ohtaka, Shôgo Suzuki, Tarô Suwa, Taijirô Tamura, Kôji Satô, Setchin Kawaya, Makoto Kakeda, Makoto Togashi, Hiromi Suzuki, Kae Minami, Tetsushi Tanaka.

“Non c’è modo di capire il movente di un crimine. A volte il primo a non capirlo è il criminale stesso.”

Cure di Kiyoshi Kurosawa è uno dei thriller più inquietanti e riusciti degli anni Novanta, un giallo contaminato dall’horror che parte da una serie di omicidi apparentemente impossibili da collegare. A Tokyo diverse persone vengono assassinate e sui loro corpi compare sempre una grande X. La polizia riesce persino a identificare i colpevoli, ma invece di chiarire il mistero questo lo rende ancora più assurdo: sono persone comuni, non sembrano avere legami tra loro e soprattutto non riescono a spiegare davvero perché abbiano ucciso. A indagare è il detective Ken’ichi Takabe, interpretato da Kōji Yakusho, che cerca una logica dentro casi nei quali la logica sembra dissolversi ogni volta che prova ad afferrarla. Basta questa premessa a Kurosawa per costruire qualcosa di molto più destabilizzante di un classico thriller investigativo. Cure non vuole soltanto farci chiedere chi ci sia dietro gli omicidi. Vuole farci perdere lentamente la sicurezza che una risposta possa davvero rimettere tutto a posto.

È soprattutto la regia a produrre questo effetto. Kurosawa trasforma luoghi normalissimi in spazi nei quali sembra essersi rotto qualcosa: appartamenti anonimi, corridoi, stanze vuote, ospedali, strade. La macchina da presa osserva spesso da lontano e lascia che il silenzio duri qualche secondo più del necessario, mentre rumori banalissimi (acqua, passi, una fiamma, un oggetto spostato…) finiscono per avere più forza di qualsiasi colpo di scena. Non c’è quasi mai quella sensazione rassicurante tipica del giallo secondo cui ogni nuova informazione restringe il campo. Qui succede il contrario. Più Takabe avanza, più il film sembra aprire nuove zone d’ombra. Anche la lentezza, che può mettere alla prova chi cerca suspense continua, diventa parte del gioco: Cure ti abitua al suo ritmo fino a farti osservare ogni angolo dell’inquadratura come se qualcosa potesse essere già lì, senza che tu riesca ancora a riconoscerlo. Masato Hagiwara completa questo clima con una presenza straniante e difficilissima da decifrare, un personaggio che sembra contemporaneamente assente e capace di occupare completamente ogni scena in cui compare.

Ma il motivo per cui Cure resta così potente non è il mistero in sé. È ciò che quel mistero suggerisce sulle persone. Kurosawa sembra interessato alla sottilissima barriera che separa ciò che siamo da ciò che abbiamo imparato a essere: educazione, controllo, convenzioni, morale, abitudini. E se bastasse pochissimo per incrinarla? Il film non offre una teoria comoda sul male e non costruisce una distanza rassicurante tra lo spettatore e chi commette gli omicidi. Al contrario, fa paura perché quella distanza continua a ridursi. L’indagine di Takabe diventa così anche un percorso dentro qualcosa che non può essere misurato con prove, moventi e interrogatori, e l’atmosfera si fa progressivamente più cupa senza bisogno di trasformarsi in un horror tradizionale. Cure lascia molte cose volutamente aperte e proprio per questo continua a lavorare nella testa quando è finito. È un film da vedere assolutamente per chi ama i thriller psicologici che non usano il mistero soltanto per arrivare alla soluzione, ma per mettere in dubbio le certezze dello spettatore. Kurosawa non ci consegna una spiegazione rassicurante dell’oscurità umana: ci porta abbastanza vicino da farcela percepire, e poi ci lascia lì.