Dogma

Dogma - Kevin Smith, 1999


Voto medio: 4,12
(17 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 128 minuti
GENERE: Avventura, Commedia, Fantastico
CAST: Linda Fiorentino, Kevin Smith, Matt Damon, Ben Affleck, Alan Rickman, Chris Rock.

“Prima che pensiate che questa sciocchezza di film possa nuocere a qualcuno, ricordare: anche Dio ha un senso dell’umorismo! Prendete l’ornitorinco…”

Non so come non mi sia venuto in mente prima di pubblicare questo capolavoro, sicuramente uno dei miei preferiti. Dogma è la scheggia impazzita del cinema anni ’90: un colpo di clava teologica scagliato da Kevin Smith contro la nostra pigrizia spirituale, ma con la leggerezza di una stand-up comedy ubriaca di riferimenti pop. Il regista mette in scena un’apocalisse da discount: due angeli caduti decisi a rientrare in Paradiso anche a costo di distruggere l’universo… e la trasforma in una road-movie metafisica piena di dialoghi a raffica, come se Tarantino avesse seguito catechismo in New Jersey. La forza del film sta tutta nel paradosso: usare il turpiloquio per parlare di fede, l’irriverenza per arrivare alla meraviglia, la blasfemia per ribadire che “il pensiero batte il dogma” (ed ecco spiegato il titolo). Smith gioca con la mitologia cattolica come un ragazzino smonta un orologio: ne espone ingranaggi, incongruenze, contraddizioni, ma alla fine lo rimonta con un ticker nuovo, più umano, più empirico. È la via dell’ironia, il solo strumento che abbiamo per non impazzire quando mettiamo il naso nelle faccende divine.

A rendere indimenticabile questa cavalcata sono i personaggi: Bethany, ultima discendente di Cristo e impiegata in una clinica abortista, chiamata a salvare l’esistenza; Rufus, tredicesimo apostolo “tagliato dai Vangeli perché nero”; una Musa spiantata, due profeti strafatti di marijuana (Jay & Silent Bob), e la coppia Damon-Affleck, irresistibile miscela di carisma e psicopatia. Alan Rickman nei panni del Metatron è la cartina di tornasole: sarcastico, luciferino, ma capace di inchiodarti con una verità fulminante in mezzo a un turbinio di battute. C’è un momento, quasi a metà film, in cui Bethany annaspa in un lago di dubbio e il Metatron la invita a “ridefinire la propria identità”. È lì che il film cambia passo: dietro la scorza di volgarità e cine-fumetto, Dogma diventa un racconto sul diritto di mettere in discussione la narrazione in cui siamo cresciuti. Smith non predica: semina domande, demolisce certezze di cartapesta, ci ricorda che il sacro è troppo grande per stare in un catechismo, e troppo vivo per rimanere polvere sugli scaffali.

La satira è tagliente (indimenticabile il “Buddy Christ”, icona pop del marketing religioso) ma non cinica: in fondo, Dogma è un atto d’amore verso la possibilità di credere ancora a qualcosa, purché quella “cosa” venga scelta con coscienza, non subìta per inerzia. Se alla fine arriva Alanis Morissette nei panni di Dio – sorridente, scalza, incapace di parlare perché le parole umane non bastano – è perché il film vuole farci uscire dalla sala con la leggera vertigine di chi ha guardato oltre il velo e ha scoperto che, dietro, c’è gioia. Rivederlo oggi significa accorgersi che, tra un’esplosione di sangue cerebrale e un balletto di demoni di cartapesta, Smith ci ha regalato la più laica delle parabole: l’etica conta più del dogma, la responsabilità personale sopravanza ogni automatismo sacramentale. E se a ricordarcelo dev’essere un profeta col berretto all’indietro che urla “Snootchie boochies!”, tanto meglio: a volte la verità passa dove le buone maniere sanno solo bussare.