Ezio, interpretato da Fabio De Luigi, è uno sceneggiatore alle prese con una crisi creativa e con una storia che non riesce a prendere la forma giusta. Sta scrivendo di due famiglie molto diverse che devono incontrarsi perché i rispettivi figli adolescenti, Filippo e Marta, hanno deciso di sposarsi. Il problema è che i personaggi non sembrano avere nessuna intenzione di restare educatamente dentro il copione: compaiono accanto a Ezio, lo interrompono, protestano per lo spazio ricevuto e cercano perfino di orientare il proprio destino. Happy Family parte quindi da una commedia familiare e la trasforma subito in un gioco continuo fra chi scrive e chi viene scritto.
A complicare ulteriormente le cose, Ezio finisce per entrare lui stesso nella storia. Un incidente con Anna, la madre di Filippo, lo porta a conoscere davvero quella famiglia e durante una cena incontra Caterina, la sorella del ragazzo, con cui nasce immediatamente qualcosa. Da quel momento diventa sempre più difficile capire dove finisca l’esperienza dello sceneggiatore e dove inizi la finzione che sta costruendo. Gabriele Salvatores si diverte proprio con questo confine: i personaggi sanno di essere personaggi, l’autore sa di poterli modificare, ma a un certo punto sembra che siano loro a suggerirgli quale storia vogliono vivere.
Il cast aiuta parecchio. Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Diego Abatantuono e Carla Signoris danno alle due famiglie nevrosi e ritmi differenti, mentre De Luigi mantiene Ezio abbastanza spaesato da far funzionare il gioco metacinematografico. Ognuno sembra avere una piccola storia da pretendere per sé, e questo rende plausibile perfino l’idea assurda che i personaggi possano discutere con chi li sta inventando. Il film nasce da una pièce di Alessandro Genovesi e qualcosa della struttura teatrale rimane, soprattutto nei dialoghi e nel modo in cui i personaggi entrano ed escono dalla narrazione. Salvatores però usa cinema, musica e montaggio per evitare che sembri semplicemente teatro filmato.
Non racconto il finale, perché è proprio lì che il rapporto fra realtà e finzione trova il suo senso più evidente. Happy Family è una commedia strana, affettuosa e a tratti malinconica, che parla di famiglie normali attraverso un meccanismo tutt’altro che normale. Chi ama le storie dentro le storie e i personaggi consapevoli di essere osservati troverà parecchio da divertirsi. E quella frase iniziale, “nella vita non c’è una trama”, alla fine suona molto meno semplice di quanto sembri. Salvatores la usa quasi come una provocazione: se la vita non ha una trama, allora forse scrivere significa proprio provare a darle un ordine sapendo che i personaggi, e le persone, faranno comunque di testa loro.

