Hokum

Hokum - Damian McCarthy, 2026


Voto medio: 2,67
(30 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 107 minuti
GENERE: Horror, Thriller
CAST: Adam Scott, Peter Coonan, David Wilmot, Florence Ordesh, Michael Patrick Carmody, Will O'Connell, Brendan Conroy, Austin Amelio.

“I demoni esistono. Solo le persone con la mente chiusa non riescono a vederli.”

Hokum è un horror che parte meglio di quanto arrivi, e forse il suo fascino sta proprio lì: nella sensazione di trovarsi davanti a un film pieno di idee, atmosfera e intuizioni psicologiche, anche se poi non tutte vengono davvero portate fino in fondo. Damian McCarthy, dopo Oddity, torna a lavorare su un cinema dell’inquietudine più che dello spavento puro: un hotel isolato in Irlanda, una leggenda locale, uno scrittore americano brusco e antipatico, una presenza che forse viene dal folklore e forse dalla testa di chi guarda. Non è un film che mi ha fatto impazzire, diciamolo subito, ma è comunque un horror da vedere per chi ama il genere e ha voglia di qualcosa che provi a ragionare sul senso di colpa, sulla perdita e su quei fantasmi interiori che a volte fanno più paura di quelli veri.

Il protagonista è Ohm Bauman, interpretato da Adam Scott, uno scrittore cinico che arriva al Bilberry Woods Hotel per spargere le ceneri dei genitori e chiudere l’ultimo capitolo della sua trilogia d’avventura. È un personaggio respingente, pieno di spigoli, uno di quelli che sembrano trattare male gli altri prima che gli altri possano anche solo avvicinarsi. Scott lo regge benissimo, senza cercare scorciatoie simpatiche: Ohm non deve piacere, deve lentamente incrinarsi. E infatti il film funziona soprattutto quando lascia capire che dietro la sua arroganza c’è una ferita antica, un lutto non elaborato, una colpa che continua a mangiargli la vita da dentro. Qui Hokum trova la sua parte più interessante: non tanto nella strega, non tanto nella stanza proibita, ma nell’idea che l’orrore sia il modo in cui una mente tenta disperatamente di dare forma a qualcosa che non riesce più a perdonarsi.

La lettura psicologica è la cosa più bella del film. Hokum lavora su un dolore che non si chiude e su un meccanismo molto umano: quando non possiamo riparare la ferita originaria, proviamo a spostare il bisogno di riparazione altrove. Ohm si aggrappa a un mistero esterno perché forse è più sopportabile indagare su una sparizione, su una leggenda, su qualcosa che accade fuori di lui, piuttosto che guardare direttamente il punto da cui tutto è cominciato. In questo senso la figura della strega è più interessante come simbolo che come semplice mostro: non è solo una presenza folklorica messa lì per fare paura, ma una specie di ritorno del rimosso, una vendetta antica, una maternità ferita che chiede conto. Il film non sempre scava questa idea con la profondità che potrebbe, però quando la lascia affiorare funziona.

Visivamente Hokum ha parecchio carattere. L’hotel è depresso, umido, solitario, pieno di corridoi e stanze che sembrano trattenere qualcosa; l’Irlanda non è cartolina, ma paesaggio chiuso, freddo, quasi ostile. McCarthy sa costruire atmosfera e si vede: le luci, i silenzi, gli spazi vuoti, i rumori, certi passaggi nella suite e nei sotterranei hanno una bella qualità da incubo trattenuto. La prima parte è probabilmente la migliore, perché tiene insieme dialoghi, disagio, sospetto e folklore con un equilibrio davvero godibile. A tratti Hokum è anche divertente, nel suo modo cupo e storto: non perché voglia fare la commedia, ma perché alcuni personaggi e certe situazioni hanno quella stranezza da racconto dell’orrore raccontato al bancone di un pub dopo il terzo bicchiere.

Il problema arriva quando il film dovrebbe stringere la presa. La seconda parte ha belle idee e alcuni momenti riusciti, ma perde ritmo, si ripete un po’, sembra meno affilata di quanto promettesse. L’ambiguità tra soprannaturale, allucinazione, droga, senso di colpa e leggenda locale resta una scelta giusta, perché il finale aperto è una delle cose che gli vengono meglio. Però non sempre questa ambiguità diventa tensione vera. A volte sembra che il film abbia paura di scegliere, o che preferisca accumulare possibilità invece di farle esplodere. Anche i cattivi restano piuttosto banali, e forse la banalità del male umano è anche il punto, ma sullo schermo non basta sempre a renderli memorabili. Al contrario, i personaggi più laterali e vulnerabili funzionano meglio, perché portano dentro il film un’umanità più sporca e meno programmata.

Quindi sì, Hokum merita una visione, ma con le aspettative giuste. Non è l’horror definitivo dell’anno, non è un film perfetto e non sfrutta fino in fondo tutto quello che mette sul tavolo. Però ha Adam Scott in gran forma, un’atmosfera forte, un immaginario folk interessante e una bella intuizione sulla colpa come casa infestata da cui non si riesce a uscire. È uno di quei film imperfetti che non consiglierei a chi vuole solo paura secca e adrenalina, ma che ha senso recuperare se vi piace l’horror psicologico, lento, strano, pieno di stanze chiuse e domande lasciate a metà. McCarthy continua a non convincermi completamente, però continua anche a darmi motivi per seguirlo. E per un regista horror contemporaneo, questa è già una promessa da non buttare via.