Quattro uomini che non hanno più nulla da perdere si ritrovano in un villaggio sperduto dell’America Latina, ciascuno in fuga dal proprio passato e dal proprio paese. Jackie Scanlon, interpretato da Roy Scheider, è un criminale americano; Victor Manzon è un uomo d’affari francese travolto da uno scandalo; Nilo è un sicario; Kassem un militante palestinese. Le loro vite non hanno quasi nulla in comune finché una compagnia petrolifera cerca volontari disposti a trasportare casse di nitroglicerina estremamente instabile attraverso centinaia di chilometri di giungla. La ricompensa è denaro sufficiente per ricominciare e, soprattutto, la possibilità di andarsene. La posta in gioco, però, è letteralmente la loro stessa vita.
William Friedkin, già regista de L’Esorcista, costruisce Il Salario della Paura, titolo italiano di Sorcerer, come un viaggio nell’inferno dove l’azione nasce soprattutto dall’attesa. I camion sono vecchi, le strade quasi impraticabili e ogni buca può far esplodere il carico. Non servono sparatorie continue o inseguimenti spettacolari: basta una ruota che scivola, un asse che cede o un ponte che oscilla troppo. La sequenza sotto il diluvio, con i mezzi sospesi su una struttura che sembra sul punto di crollare, rimane una delle prove più impressionanti di quanto la tensione possa essere costruita attraverso dettagli concreti.
La musica dei Tangerine Dream accompagna il viaggio con un suono elettronico ipnotico e minaccioso, mentre Friedkin riduce progressivamente i dialoghi e lascia parlare il paesaggio, il sudore e la paura. Il film deriva dallo stesso romanzo di Georges Arnaud già portato al cinema da Henri-Georges Clouzot nel 1953, ma non vive come una semplice copia: Friedkin trasforma la storia in qualcosa di più sporco, febbrile e quasi allucinato. La giungla non è soltanto uno scenario, è un avversario che consuma i protagonisti insieme al peso di ciò da cui stanno scappando. Friedkin dedica quasi tutta la prima parte a mostrarci le quattro vite separate prima di farle convergere, così quando finalmente i camion partono sappiamo che nessuno di quegli uomini sta guidando soltanto per denaro. Ognuno vede nella missione una possibile via d’uscita, ed è proprio questo a rendere ancora più feroce ogni ostacolo.
Fu un immeritato flop nelle sale dell’epoca, travolto anche dall’arrivo di un cinema completamente diverso come Star Wars, ma riscoprirlo oggi fa riflettere su quanto possa essere potente un film d’azione costruito senza frenesia. Qui sono i dettagli a parlare: un motore che tossisce, una corda tesa, il fango, il silenzio fra due uomini che sanno di poter morire al prossimo metro. Se amate la tensione che cresce lentamente fino a diventare quasi fisica, questo viaggio merita ancora tutta la paura che promette.

