“Puoi uscire con una ragazza tedesca, puoi andare a letto con una ragazza tedesca, puoi svegliarti con una ragazza tedesca, ma non potrai mai sposarla.”
Ci sono film che sembrano iniziare come uno scherzo fra amici ubriachi e invece finiscono per regalarti un’ora e mezza di gioia pura. Kebab Connection è uno di quei film. All’inizio pensi: “Va bene, un turco in Germania che vuole girare il primo film tedesco di kung fu… Dai, sarà una robetta”. E invece BAM, ti ritrovi davanti a una commedia brillante, multiculturale, esagerata, piena di cuore e con almeno tre scene che ti faranno ridere così forte che rischi di sputare il tè sul monitor.
Il nostro protagonista, İbo, è un ventunenne figlio della diaspora turca, fanatico di Bruce Lee e Jet Li, con un sogno in testa più grande del kebab del suo zio Ahmet: diventare il primo regista di un vero film di kung fu made in Germany. Ma come spesso accade nei sogni dei ventenni, tra una testata nel muro e una capriola sul divano, la realtà arriva in volo come una scarpata di Jackie Chan: Titzi, la sua fidanzata tedesca, è incinta. E qui Kebab Connection ingrana. Perché non è solo la storia di un giovane pazzoide che sogna botte coreografate e primi piani da Oscar, ma anche (e soprattutto) quella di un ragazzo costretto a crescere, a capire cosa significhi essere padre, uomo, e pure un po’ turco. In un mondo che cambia, in una città come Amburgo dove le culture si sfiorano, si mescolano e ogni tanto si prendono pure a coltellate (metaforiche, per lo più), İbo inciampa, sbanda, si ribella e prova, con le sue arti marziali cinematografiche, a sistemare una vita che va a pezzi.
La forza di questo film sta tutta nel suo caos controllato. Tra coreografie assurde in mezzo ai panini döner, faide tra greci e turchi che paiono uscite da una telenovela etnica, madri tedesche col monociglio incazzato e padri turchi con la rigidità emotiva di una tavola da stiro, ogni personaggio ha un posto, una funzione, un’energia. Il cast è semplicemente perfetto: Denis Moschitto nel ruolo di İbo è una bomba di simpatia, goffaggine e slanci improvvisi di tenerezza. Nora Tschirner, nei panni di Titzi, riesce nell’impresa di non essere “la fidanzata incinta” ma una persona vera, con aspirazioni, limiti e la pazienza infinita di chi si è messa con uno che sogna il kung fu e fa i casting per il suo film nel retrobottega del kebabbaro. E poi c’è lo zio Ahmet, burbero e tenero, il padre integralista e deluso, la sorellina piccola che funge da mediatrice culturale e cuore del film, e il vicino greco, Lefty, che meriterebbe uno spin-off tutto suo.
Ma parliamo della regia. Anno Saul non ha girato Kebab Connection con l’intenzione di essere sottile. E meno male. Il film è urlato, colorato, sopra le righe. Le scene d’azione sono parodie perfette: rallenty inutili, calci volanti in soggettiva, montaggi da videoclip anni ’90. La comicità slapstick è volutamente grottesca, ma c’è anche tanta satira sociale, soprattutto quando si affrontano i temi della multiculturalità, dei pregiudizi intergenerazionali e dell’identità frammentata dei figli dell’immigrazione. Certo, non tutto funziona sempre alla perfezione. Ci sono momenti in cui il film sembra esitare, inciampare nel suo stesso entusiasmo, e altre in cui alcuni stereotipi (soprattutto femminili) si fanno un po’ troppo presenti. La galleria di donne che orbitano intorno a İbo è varia, ma non sempre sviluppata con la stessa profondità dei personaggi maschili. Eppure, nonostante questo, Kebab Connection riesce a non perdere mai l’empatia. Anche quando Ibo fa scelte da cretino (e ne fa parecchie), non puoi fare a meno di tifare per lui. È l’eroe imperfetto di una commedia che sa prendersi in giro e che ci mostra quanto sia difficile, ma anche possibile, conciliare sogni personali e radici culturali.
E poi, parliamoci chiaro: dove lo trovi un altro film dove un tipo combatte con una spada di plastica per difendere l’onore del kebab in slow motion, mentre un manichino decapitato urla “è il miglior panino che abbia mai mangiato”? Dai. Questo è cinema, baby. Uno dei momenti che mi ha fatto più ridere è il paradossale conflitto con il padre. “Una tedesca va bene, ma come madre di tuo figlio no! Tuo figlio direbbe ‘papi’ e non ‘baba’!” È un concentrato perfetto di quel mix di amore, rigidità, tradizione e paura del cambiamento che molti giovani figli di migranti conoscono bene. Saul non giudica, non spiega, non pontifica: mostra. E spesso lo fa ridendo. È questo che rende il film così riuscito.
In mezzo a tutto questo, Kebab Connection riesce anche a parlare, in modo leggero ma mai banale, di “coming-of-age”, di famiglia, di maternità e paternità, di orgoglio culturale, e persino di cinema stesso, con la trovata geniale di Ibo che trasforma la sua stessa vita in un film, usando gli spot pubblicitari come finestra sul suo mondo interiore. Una specie di film nel film in cui la realtà viene riscritta a colpi di kung fu, kebab e close-up. Insomma, se vi piacciono le commedie leggere, multiculturali, divertenti e capaci di prendere per il culo tutti (ma con affetto), Kebab Connection è un film da vedere assolutamente. Forse non è un capolavoro universale, ma è una delle migliori commedie tedesche mai girate. E poi, scusate, ma io ho ancora in testa la voce del manichino decapitato: “Mhh, lecker Döner…”




