“Nonna, non preoccuparti… è bello essere morti.”
La Mummia, di Lee Cronin, non si propone di riportare in vita la mummia avventurosa, esotica e un po’ da luna park che molti associano automaticamente al titolo. Fa una cosa più rischiosa: prende un immaginario antico, pieno di sarcofagi, rituali, maledizioni e corpi bendati, e lo trascina in un horror familiare sporco, doloroso, quasi da possessione domestica. Il risultato non è il film da vedere se si cerca il fascino scanzonato dei vecchi capitoli, né un reboot nostalgico pensato per far sorridere chi conosce già il franchise. È un film più cattivo, più corporeo, più disturbante, in cui la mummificazione non è un semplice elemento visivo ma una forma di prigionia, di sacrificio e di contaminazione. Cronin, dopo Evil Dead Rise, conferma di avere un talento molto chiaro per l’orrore che entra in casa, si attacca ai muri, rovina i legami e trasforma la famiglia nel primo luogo del trauma.
La trama parte dall’Egitto, da una piramide nera sepolta e da un sarcofago di basalto che non promette nulla di buono, ma il cuore del film è altrove: nella storia di Charlie e Larissa, che otto anni dopo il rapimento della figlia Katie se la vedono tornare davanti come un miracolo impossibile da accettare fino in fondo. Katie è viva, sì, ma è anche catatonica, ferita, coperta di iscrizioni, attraversata da qualcosa che non appartiene più solo alla sua storia personale. Qui il film funziona meglio: quando lascia che il soprannaturale passi attraverso gesti piccoli e terribili, attraverso l’autolesionismo, i messaggi in codice Morse, gli sguardi vuoti, la sensazione che il corpo ritrovato della figlia sia insieme una benedizione e una minaccia. La componente più “mummy movie” arriva con il culto antico, Nasmaranian, il rituale di trasferimento, la scrittura incisa nella pelle; quella più efficace, però, sta nel modo in cui tutto questo diventa un incubo di genitori che non sanno se proteggere una figlia o proteggersi da lei.
Non tutto è elegante, e forse nemmeno tutto è necessario. A tratti la pellicola spinge sul gore come se non si fidasse abbastanza del proprio clima malato, e qualche passaggio rischia di sembrare più vicino al cinema di possessione classico che a una vera reinvenzione della mummia. Però sarebbe ingeneroso liquidarlo come l’ennesimo horror con demone incorporato: la confezione è solida, il trucco sulla ragazza posseduta ha una fisicità notevole, il suono lavora bene sul disagio, e alcune immagini restano addosso proprio perché non cercano la bellezza ma la decomposizione. Natalie Grace, nel ruolo di Katie, è il centro inquietante del film: più che “spaventare”, dà l’impressione di essere stata svuotata e riempita da qualcosa di antico. Jack Reynor e Laia Costa reggono invece la parte emotiva, quella del lutto sospeso, della colpa e della scelta impossibile.
È un film imperfetto ma con un’identità precisa, e già questo, dentro un panorama di franchise riesumati per pura abitudine, non è poco. Lee Cronin’s The Mummy è un film da vedere per chi ama l’horror soprannaturale più sporco che elegante, per chi cerca una mummia meno da museo e più da incubo biologico, per chi non si spaventa davanti a un reboot che decide di tagliare quasi del tutto l’avventura e tenersi il marcio. Non ha la compattezza brutale de La Casa – Il Risveglio del Male e non sempre trova il modo più originale per sviluppare la sua mitologia, ma quando funziona, funziona davvero: come storia di un corpo profanato, di una famiglia usata come campo di battaglia e di un amore paterno che, nell’horror, può diventare sacrificio letterale. Non è la mummia che aspettavi. Forse è proprio per questo che fa più male.



