“Hey, parcheggiati altrove! Ci vivono persone qui sotto!”
Paesaggio con Mano Invisibile parte da un’idea così strana da sembrare quasi una provocazione: gli alieni arrivano sulla Terra, non ci sterminano, non ci schiavizzano nel modo spettacolare che il cinema di solito preferisce, ma fanno qualcosa di molto più riconoscibile e molto più odioso. Rendono il mondo ancora più ingiusto di prima, trasformano il lavoro in un privilegio raro, la povertà in una condizione normalizzata e perfino l’intimità in merce da osservare e consumare. È qui che il film di Cory Finley diventa interessante davvero, perché usa la fantascienza non per scappare dal presente, ma per guardarlo meglio: il colonialismo, il classismo, la monetizzazione dei rapporti umani, il modo in cui il capitalismo riesce a inglobare tutto, anche ciò che dovrebbe restare irriducibilmente personale.
Adam è un ragazzo che disegna, osserva, prova a restare sensibile in un mondo che gli chiede soprattutto di adattarsi. Quando lui e Chloe iniziano a trasmettere la loro relazione per guadagnare qualcosa, il film trova subito la sua intuizione più forte: l’amore, appena viene messo in vetrina, cambia natura. Non è più solo un legame, diventa performance, intrattenimento, contratto implicito con uno sguardo esterno che pretende autenticità ma finisce per distruggerla. In questo senso Landscape with Invisible Hand parla molto bene anche dei social e della logica perversa dell’esposizione continua, ma lo fa senza trasformarsi in una lezioncina. Ti mette davanti una coppia giovane che prova a sopravvivere e intanto si ritrova a vendere la propria spontaneità a un pubblico alieno che consuma emozioni umane come fossero una serie tv. È un’idea crudele, molto contemporanea, e proprio per questo funziona.
La cosa migliore è che il film non si limita a una sola satira. Dentro ci sono anche il tema dell’occupazione, quello della sostituzione del lavoro umano, la violenza morbida con cui un sistema ti convince che dovresti perfino essere grato del tuo peggioramento materiale. I cosiddetti Vuvv non sono i classici alieni minacciosi: sono molto peggio, perché sono paternalisti, convinti di aver migliorato tutto, incapaci di capire davvero cosa significhino dignità, desiderio, autonomia. E qui il film tocca qualcosa di molto preciso anche sul piano politico: il rapporto tra chi occupa uno spazio e chi viene lentamente spinto ai margini, impoverito, folklorizzato, reso decorativo o utile solo finché produce qualcosa da sfruttare. Non serve nemmeno che il film lo urli, perché lo senti in quasi ogni scena.
Non è un film perfetto, va detto: a tratti sembra voler toccare troppe cose insieme e non tutte arrivano fino in fondo con la stessa forza. Alcuni passaggi restano più abbozzati che davvero sviluppati, e il tono ogni tanto ondeggia tra malinconia, assurdo, satira sociale e “coming of age” in modo un po’ irregolare. Ma il bello è che, anche quando sbanda, non smette di essere vivo. Ha una sua voce, un suo disagio, una sua stranezza che non cerca di compiacere tutti. E poi gli alieni funzionano davvero: non solo perché visivamente sono originali e lontani dai soliti cliché, ma perché sembrano sul serio incapaci di capire gli esseri umani pur credendo di averli decifrati. Una dinamica che, anche questa, suona fin troppo familiare.
Paesaggio con Mano Invisibile è uno di quei film da vedere se ti interessa una fantascienza che usa il futuro per parlare con cattiveria del presente, e se ti piacciono le opere che non hanno paura di essere un po’ storte, un po’ scomode, un po’ irrisolte. Non tutto torna, non tutto si chiude, ma forse è giusto così: quando racconti un mondo in cui persino l’amore può diventare una forma di sfruttamento, un finale ordinato sarebbe quasi una menzogna. Quello che resta, invece, è l’idea più testarda e più umana del film: che l’arte, anche quando viene saccheggiata, fraintesa o addomesticata, può ancora essere uno degli ultimi posti in cui provare a dire no.




