“Cos’è che una volta perso non si può riavere indietro?”
Ci sono film che ti prendono per mano e ti spiegano dove andare, e poi ci sono film come Resurrection, che fanno esattamente il contrario: ti mollano dentro e vedono cosa succede. E la cosa strana è che, anche quando ti senti perso, non hai davvero voglia di uscire. È uno di quei casi in cui la domanda non è “ho capito tutto?”, ma “perché non riesco a smettere di guardarlo?”. Bi Gan costruisce un’esperienza che sembra più un sogno che un racconto, più una sensazione che una storia. E sì, è un film da vedere assolutamente se hai anche solo un minimo di curiosità per un cinema che non vuole piacere a tutti, ma che prova a fare qualcosa di radicale: trasformare il cinema stesso in materia viva.
L’idea di partenza è già abbastanza spiazzante: in un futuro in cui l’umanità ha rinunciato ai sogni per ottenere l’immortalità, esistono ancora alcuni individui (i cosiddetti “Delirianti”) che continuano a sognare, e proprio per questo diventano qualcosa di anomalo, quasi pericoloso. Uno di loro si nasconde dentro i film, letteralmente, attraversando epoche, stili, generi, come se il cinema fosse l’unico posto rimasto dove si può ancora immaginare. Da lì in poi Resurrection si apre in una serie di racconti, capitoli, visioni che non cercano mai davvero di incastrarsi in modo ordinato. Un film muto, un noir, una storia mistica, una truffa, un amore tra vampiri: ogni segmento sembra iniziare da zero, cancellare quello precedente, eppure lascia addosso una traccia. Non è una narrazione da seguire, è qualcosa da attraversare.
Ed è qui che il film divide, inevitabilmente. Perché Resurrection non ti aiuta. Non ti spiega, non ti accompagna, non ti dà appigli chiari. Alcuni passaggi sono volutamente opachi, certe connessioni restano sospese, e più di una volta ti ritrovi a chiederti cosa stai guardando. Però, allo stesso tempo, è difficile ignorare quanto sia ipnotico. La regia cambia pelle continuamente, la fotografia è ogni volta diversa, il modo in cui le immagini si muovono nello spazio ha qualcosa di quasi fisico. C’è un senso di libertà totale, come se il film si permettesse di fare qualsiasi cosa… e spesso lo fa davvero. E anche quando non funziona, quando si dilunga o si perde, rimane quella sensazione di stare guardando qualcuno che sta spingendo il mezzo oltre i suoi limiti.
Quello che resta, più della trama, è un’idea molto semplice e molto forte: che senza sogni, senza immaginazione, senza arte, anche l’eternità rischia di essere vuota. È una riflessione che il film non espone mai in modo didascalico, ma che torna continuamente, sotto forme diverse. Nei personaggi che cambiano identità, nelle storie che non si chiudono, nei mondi che esistono solo per qualche minuto e poi spariscono. Resurrection è disordinato, a tratti frustrante, sicuramente non per tutti. Ma è anche uno di quei film che ti rimangono addosso proprio perché non riesci a incastrarli del tutto. E forse è esattamente questo il punto.



