La Città Incantata

千と千尋の神隠し (Sen to Chihiro no kamikakushi) - Hayao Miyazaki, 2001


Voto medio: 4,55
(22 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 125 minuti
GENERE: Animazione, Avventura, Fantastico,
CAST: Rumi Hiiragi, Mari Natsuki, Miyu Irino, Bunta Sugawara, Koba Hayashi, Ryûnosuke Kamiki, Takashi Naito, Takehiko Ono, Tatsuya Gashuin, Yasuko Sawaguchi, Yo Oizumi, Yumi Tamai, Erica Necci, Jesus Emiliano Coltorti, Sonia Scotti, Carlo Valli, Marzia Dal Fabbro, Mino Caprio, Monica Bertolotti, Roberta Greganti.

“Ogni volta che ci accade qualcosa, quel ricordo ci apparterrà per sempre, anche se non lo ricordiamo più. Basta solo un po’ di tempo per far tornare la memoria.

La Città Incantata è uno di quei rarissimi film che riescono a sembrare subito un altrove. Non solo perché portano Chihiro dentro un mondo di spiriti, streghe, bagni termali per divinità e creature che sembrano uscite da un sogno febbrile, ma perché ti fanno sentire, fin dai primi minuti, che le regole con cui guardi di solito il cinema qui non bastano più. Hayao Miyazaki non ti accompagna con la mano: apre un varco, ti ci spinge dentro e si fida del fatto che tu, come la sua protagonista, imparerai strada facendo a orientarti. Ed è proprio questo che rende La Città Incantata un film da vedere assolutamente, anche per chi pensa di non avere grande familiarità con l’animazione giapponese.

Chihiro è una bambina impaurita, svogliata, quasi infastidita dal mondo, e quando insieme ai genitori entra per errore in questa città popolata da yōkai e governata dalla strega Yubaba, il film non la trasforma subito in una piccola eroina impeccabile. La lascia inciampare, tremare, piangere, sbagliare. È qui che Miyazaki è immenso: in un racconto che potrebbe vivere di sola meraviglia visiva, il centro resta sempre la crescita di una ragazzina che impara a non sparire. Letteralmente, a un certo punto. Ma soprattutto dentro sé stessa. Il viaggio di Chihiro è una fiaba di formazione, sì, ma è anche qualcosa di più strano e più profondo: un attraversamento del desiderio, della paura, della solitudine, dell’identità. Quando perde il nome e diventa Sen, il film parla a qualsiasi età, perché tocca quel terrore sottilissimo di smettere di sapere chi si è.

Visivamente, poi, c’è davvero poco da aggiungere e moltissimo da contemplare. La Città Incantata è un film che non si limita a essere bello: è un film che trabocca di dettagli, di colori, di movimento, di consistenze. Ogni stanza del bagno termale, ogni corridoio, ogni creatura, ogni treno che attraversa l’acqua, ogni campo lungo immerso nel silenzio sembra avere una vita propria. Ma il miracolo è che nulla appare esibito. Miyazaki non ti dice mai “guarda quanto sono bravo”: costruisce un mondo e lo lascia respirare. Così l’assurdo, il buffo, il tenero e il terrificante convivono senza sforzo. C’è una libertà inventiva qui dentro che il cinema occidentale, soprattutto quando parla ai più piccoli, ha spesso paura di concedersi. Non tutto viene spiegato, non tutto viene chiuso, non tutto deve per forza avere una funzione rassicurante. Eppure il film è chiarissimo emotivamente, come accade alle fiabe vere.

Anche i personaggi secondari sono memorabili perché nessuno è ridotto a una sola faccia. Haku, Senza-Volto, Kamaji, Lin, Yubaba, perfino il gigantesco bebé Bō: tutti sembrano portarsi addosso un mistero, una ferita, una possibilità di cambiamento. La Città Incantata non ragiona mai in termini troppo semplici di buoni e cattivi, e anche questo la rende un’opera che resta addosso. C’è dentro un discorso sul consumo, sull’avidità, sull’inquinamento, sull’infanzia, sul lavoro, persino sul rapporto tra memoria e nome, ma niente viene trasformato in lezione. Tutto passa attraverso immagini, incontri, paure e gesti. Il film è pieno di simboli, ma non si comporta mai come un rompicapo da risolvere: preferisce essere un’esperienza da attraversare.

Forse è anche per questo che continua a sembrare così unico. Perché non assomiglia davvero a niente, o almeno a pochissime cose. È divertente, spaventoso, malinconico, dolcissimo. Ha la leggerezza dei racconti per bambini e la profondità dei film che da adulti riguardi e ti parlano in modo diverso. E se è vero che molti lo considerano il capolavoro di Miyazaki, non è solo per la perfezione tecnica, per l’Oscar o per il trionfo internazionale: è perché La Città Incantata ti lascia con la sensazione rarissima di aver visitato un luogo impossibile e di esserne uscito un po’ cambiato. Non capita spesso. Quando succede, vale sempre la pena seguirlo fino in fondo.