“In che senso?”
Un Sacco Bello è il tipo di esordio che oggi sembra quasi impossibile: un film costruito su tre storie semplicissime, tre personaggi principali e una Roma di Ferragosto mezza vuota, ma capace di diventare immediatamente memoria collettiva. Carlo Verdone prende alcuni dei suoi personaggi televisivi, li porta al cinema e li trasforma in qualcosa di più grande della macchietta: Enzo, Leo e Ruggero fanno ridere perché sono assurdi, certo, ma soprattutto perché sembrano veri. Esagerati, deformati, romanissimi, eppure riconoscibili anche fuori Roma. È qui che Un Sacco Bello diventa ancora oggi un film da vedere assolutamente: non solo per le battute entrate nel linguaggio comune, ma perché dietro ogni risata c’è un piccolo fallimento umano, una solitudine, una paura di crescere, una voglia disperata di essere altro da sé.
Le tre vicende si alternano in una capitale assolata e quasi sospesa. Enzo è il bulletto da quartiere che ha organizzato una vacanza in Polonia con l’idea tristissima e gloriosa di conquistare ragazze straniere con penne biro, calze di nylon e racconti gonfiati all’inverosimile; Leo è un ragazzo ingenuo, impacciato, ancora prigioniero della madre e della propria incapacità di abitare davvero il mondo, che si ritrova a ospitare Marisol, turista spagnola libera e sfuggente; Ruggero è l’hippie scappato dalla famiglia e rifugiato in una comunità alternativa, richiamato all’ordine da un padre monumentale, interpretato da Mario Brega con una forza comica che sembra scolpita nel marmo e nella porchetta. In mezzo, Verdone si moltiplica anche in ruoli secondari, dal prete al professore al cugino Anselmo, componendo una specie di bestiario italiano dove tutti parlano moltissimo e quasi nessuno ascolta davvero.
La cosa più bella è che Un Sacco Bello non si limita mai a prendere in giro i suoi personaggi dall’alto. Verdone li osserva, li imita, li massacra con affetto e poi, quasi senza farlo notare, li lascia soli davanti alla loro piccola tragedia. Enzo fa il fenomeno, ma basta aprire la sua agenda per capire che dietro quella spacconeria c’è il vuoto. Leo è ridicolo nella sua timidezza, ma il suo incontro con Marisol ha una tenerezza vera, perché per un attimo gli permette di immaginare una vita meno stretta. Ruggero parla di libertà, natura e distacco dal mondo materiale, ma anche lui sembra recitare una parte, intrappolato in un’altra forma di conformismo. È una commedia, sì, e fa ancora ridere parecchio, ma ha quella malinconia tipica del primo Verdone: la sensazione che nessuno di loro riuscirà davvero a cambiare.
Anche per questo il film regge così bene. Certo, alcune cose appartengono al loro tempo, ai miti dell’Italia di fine anni Settanta, alla Roma popolare, ai viaggi improbabili verso l’Est, all’hippismo visto con sospetto e fascinazione, alla famiglia come gabbia e rifugio. Però il cuore resta freschissimo. Un Sacco Bello parla di persone che vogliono evadere e non sanno come farlo: chi sogna la Polonia, chi sogna una ragazza straniera, chi sogna una comunità alternativa. Tutti cercano un’uscita, e tutti inciampano nella propria goffaggine. Con l’aiuto produttivo di Sergio Leone e una scrittura capace di dare ritmo cinematografico a personaggi nati dal monologo, Verdone firma un debutto che non è solo “cult”, parola spesso abusata, ma proprio necessario per capire una linea fondamentale della commedia italiana: quella in cui la risata arriva forte, ma lascia sempre un piccolo livido.




