Backrooms

Backrooms - Kane Parsons, 2026


Voto medio: 3,19
(26 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 110 minuti
GENERE: Fantascienza, Horror
CAST: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell, Avan Jogia, Chelah Horsdal, Philip Granger, Toby Hargrave, Patrick Baynham, Krista Kosonen, Katharine Isabelle, Peter New, Natalie Moon, Kelly Craig.

“Ho trovato qualcosa, nel negozio…”

Backrooms porta al cinema una delle paure più riconoscibili nate da internet: non il mostro che salta fuori dal buio, ma un corridoio illuminato troppo bene, una moquette umida, un ronzio al neon e la sensazione molto precisa di essere finiti nel posto sbagliato della realtà. Kane Parsons parte dal mito delle “backrooms”, cresciuto tra creepypasta, video found footage e ossessione per gli spazi liminali, e lo trasforma in un horror psicologico più ambizioso del previsto. Il risultato non è soltanto “il film dei corridoi gialli”, per fortuna, ma un racconto su un uomo che ha fallito, una terapeuta che prova a capirlo e un luogo che sembra ingoiare i ricordi per risputarli deformati. E già qui, scusate, ma il potenziale è enorme: se un magazzino di mobili, un seminterrato e una parete sbagliata diventano più inquietanti di metà dei demoni in circolazione, qualcosa di buono sta succedendo.

Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, è un ex architetto divorziato che gestisce un negozio di arredamento nella Silicon Valley degli anni Novanta, più prigione personale che attività commerciale. Vive in mezzo a stanze finte, mobili esposti, pubblicità imbarazzanti e sogni professionali ormai ammuffiti. Durante un blackout scopre un passaggio nel seminterrato e finisce in una dimensione fatta di uffici vuoti, pareti giallastre, stanze senza scopo, oggetti familiari fuori posto e corridoi che sembrano moltiplicarsi per puro sadismo architettonico. Quando racconta tutto alla dottoressa Mary Kline, Renate Reinsve, lei inizialmente lo guarda come si guarderebbe un paziente che ha appena detto “ho trovato l’inconscio dietro il quadro elettrico”, ma poi sarà costretta a seguirlo davvero. Da lì Backrooms gioca le sue carte migliori: l’ambiente non è solo ambientazione, è antagonista, memoria, trappola, malattia e installazione d’arte contemporanea con pessimo gusto per la carta da parati.

La parte più riuscita del film è proprio questa: l’orrore della ripetizione. Kane Parsons capisce che le “backrooms” funzionano perché non hanno bisogno di spiegarsi troppo. Sono spazi che somigliano a qualcosa che conosciamo, ma hanno perso l’uso, la logica, la presenza umana. Un ufficio senza lavoro, una sala d’attesa senza attesa, una casa senza casa. La fotografia insiste su gialli sporchi, verdi malati e luci fluorescenti che fanno venire voglia di chiedere scusa ai propri occhi; il sound design lavora benissimo sul ronzio, sugli echi, sui rumori lontani, su quella paura infantile di sentire qualcosa dietro l’angolo e non sapere se sia vivo, meccanico o semplicemente lo spazio che respira male. In sala, soprattutto, il film rende: non tanto per i salti sulla poltrona, quanto per quella tensione bassa e continua che ti fa controllare mentalmente tutte le porte d’uscita.

Non tutto, però, resta alla stessa altezza. Backrooms è affascinante quando lascia che il vuoto parli da solo, meno quando sente il bisogno di dare alla sua mitologia una forma più esplicita. Le spiegazioni sulla mappatura, le creature e la deriva più fisica del terrore rendono il film più narrativo, ma anche un po’ più normale. Non è un disastro, anzi: alcune scelte ampliano bene l’universo e permettono a Parsons di non limitarsi a stiracchiare un cortometraggio fino alla durata da sala. Però qualcosa dell’incubo originario si perde quando l’astrazione diventa trama, quando il non-luogo inizia a funzionare come un meccanismo da decifrare. È il classico problema del passaggio da mito online a film: per diventare cinema devi costruire personaggi, svolte, conseguenze; per restare Backrooms dovresti quasi non costruire niente, solo perderti.

Proprio per questo Backrooms è un film da vedere più per l’esperienza che per la risposta finale. Chi cerca un horror tradizionale, con regole chiare e chiusura soddisfacente, potrebbe uscirne con la faccia di chi ha comprato una libreria all’Ikea e ha trovato dentro un portale dimensionale senza istruzioni. Chi invece ama il cinema dell’inquietudine, gli spazi mentali, le atmosfere alla Shining filtrate dalla cultura web, il found footage, la fantascienza sporca e gli incubi da ufficio fuori orario, troverà parecchio materiale da masticare. Non è perfetto, non sempre mantiene la purezza del suo terrore liminale, ma ha immagini, suoni e intuizioni che restano addosso. E soprattutto conferma una cosa: l’horror contemporaneo può nascere anche da una foto brutta, un forum, un ragazzo con Blender e una domanda semplicissima: cosa succede se la realtà ha una stanza sul retro?