“Essere sepolti vivi è senza dubbio, il più terribile tra gli orrori estremi che siano mai toccati in sorte ai semplici mortali” (E.A. Poe)
Scommessa vinta quella del regista spagnolo Rodrigo Cortés, che si cimenta in un’impresa quanto mai azzardata e ne esce con un prodotto valido, originale e molto interessante. Buried – Sepolto si svolge praticamente tutto dentro una bara e ha un solo protagonista visibile in scena. Sulla carta potrebbe sembrare un esperimento destinato a esaurirsi dopo dieci minuti; Cortés riesce invece a trasformare quei pochi centimetri di spazio in un intero mondo, cambiando continuamente angolazioni, fonti di luce e percezione della profondità senza mai farci dimenticare dove siamo.
La pellicola ha un inizio impattante: Paul Conroy, interpretato da Ryan Reynolds, è un autista civile che lavora in Iraq e si risveglia improvvisamente rinchiuso in una bara, sepolto vivo. Non sa esattamente dove si trovi né quanto ossigeno gli rimanga. Con sé ha pochi oggetti, fra cui un cellulare lasciato dai rapitori, e da quel momento comincia un’asfissiante corsa contro il tempo fatta quasi interamente di telefonate. Paul prova a contattare famiglia, autorità, azienda e chiunque possa aiutarlo, ma ogni conversazione aggiunge un ostacolo invece di garantire una via d’uscita.
La sceneggiatura di Chris Sparling sfrutta benissimo il limite dello spazio unico. Non potendo cambiare luogo, il film cambia continuamente il tipo di minaccia: batteria del telefono, ossigeno, sabbia, burocrazia, informazioni incomplete. Ryan Reynolds regge praticamente da solo tutto il peso della storia e dimostra una capacità drammatica che all’epoca molti associavano poco al suo nome. Il suo Paul non è un eroe d’azione, ma un uomo spaventato che passa dalla razionalità al panico e poi di nuovo alla speranza.
Panico, angoscia e disperazione dominano il film, ma Cortés evita di affidarsi soltanto alla claustrofobia. Sotto il thriller c’è anche una vena molto amara sul modo in cui istituzioni e aziende possono trasformare una persona in una pratica da gestire. È sicuramente lontano dal solito thriller a cui siamo abituati e proprio per questo vale la prova. Se soffrite gli spazi chiusi preparatevi: qui non esiste una vera via di fuga nemmeno per lo spettatore. Buona visione!
La vera sorpresa, alla fine, è quanto movimento riesca a creare un film che non può letteralmente andare da nessuna parte. Ogni telefonata apre una possibilità e subito dopo la restringe; ogni oggetto nella bara acquista un’importanza enorme. Cortés trasforma il limite produttivo nel linguaggio stesso del film. È proprio questo che fa di Buried qualcosa di più di un esperimento curioso: la forma e la paura del protagonista coincidono completamente.

