Tutto normale e previsto… anche voi, quando vi si presenteranno davanti agli occhi i “gamberoni” alieni, penserete: “Se prendo quello che mi ha consigliato questo film…!”. La morfologia degli extraterrestri di District 9 può sembrare quasi volutamente sgradevole, ed è proprio questo il punto: Neill Blomkamp ci mette subito davanti a creature che gli esseri umani guardano con disprezzo e che impariamo a conoscere attraverso il filtro del pregiudizio. Per nostra fortuna le brutte notizie finiscono qui, perché anche nel cinema le apparenze ingannano.
District 9 si rivela un ottimo prodotto, con una forte componente morale che impreziosisce la trama fino a renderla davvero convincente. Una gigantesca astronave si ferma sopra Johannesburg e i suoi occupanti, debilitati e senza una vera possibilità di ripartire, vengono confinati in un’area militarizzata chiamata District 9. Non sono invasori venuti a conquistare la Terra: diventano rifugiati, segregati e sfruttati. Il film parte come un finto documentario, con interviste, immagini televisive e riprese sporche che danno alla vicenda un’impressione quasi giornalistica. Al centro c’è Wikus van de Merwe, interpretato da Sharlto Copley, funzionario della MNU incaricato di coordinare lo sgombero del campo.
È qui che il film si stacca dalla fantascienza più convenzionale. Blomkamp usa alieni, armi e tecnologia per parlare di segregazione, xenofobia e disumanizzazione in una Johannesburg dove il riferimento all’apartheid è impossibile da ignorare. Wikus non parte come un eroe illuminato: è goffo, burocratico e perfettamente inserito nel sistema che tratta gli alieni come un problema da spostare altrove. Quando la sua posizione cambia, anche il nostro punto di vista è costretto a cambiare con lui.
La seconda metà aumenta parecchio l’azione e non rinuncia a sangue, esplosioni e armi fantascientifiche, ma la componente morale resta sempre al centro. È probabilmente questo equilibrio ad aver reso il film così sorprendente al momento dell’uscita, fino a conquistare anche una candidatura all’Oscar come miglior film. Con il suo primo lungometraggio Blomkamp costruisce quindi un prodotto consigliato a chi cerca contenuti più profondi dentro un guscio fantascientifico spettacolare. Gli alieni sono inventati; il modo in cui vengono trattati, purtroppo, è assolutamente reale.
Anche la scelta di affidare tutto a Sharlto Copley, allora quasi sconosciuto al grande pubblico, aiuta moltissimo. Wikus non ha il carisma costruito del classico protagonista fantascientifico: balbetta, sbaglia, pensa prima a salvarsi e soltanto dopo comincia a capire la violenza del sistema di cui faceva parte. Questa imperfezione rende la trasformazione molto più credibile e permette al film di arrivare al cuore senza rinunciare allo spettacolo, cosa molto più rara di quanto sembri nel cinema di fantascienza.

