“Mai ho visto un giorno così brutto e così bello”
Sicuramente questa pellicola, vincitrice della Palma d’oro al miglior film e del premio per la miglior regia al 56º Festival di Cannes, non è il classico film per tutti, da vedere sgranocchiando popcorn abbracciati alla propria fidanzata o al proprio fidanzato. È un’opera che richiede silenzio, disponibilità emotiva e la capacità di sostenere uno sguardo lungo, quasi ipnotico, su un mondo che scivola lentamente verso l’inevitabile. Un cinema che non consola, ma che osserva e costringe a osservare. Nonostante questo, o forse proprio per questo, Elephant è da considerarsi un grande capolavoro del maestro Gus Van Sant, che qui mette in scena un dramma ispirato al tragico episodio della Columbine High School, in cui due giovani liceali attuarono una vera e propria carneficina, assassinando 12 compagni e 1 professore il 20 aprile del 1999.
La narrazione non cade mai nella trappola del sensazionalismo. Anzi, la evita con decisione. Gli eventi si susseguono lentamente, come se il tempo stesso fosse rallentato da una forza invisibile, e sono ricostruiti dalle prospettive dei vari personaggi che attraversano la storia: studenti distratti, fragili, solitari, inconsapevoli; adulti quasi assenti, figure sfocate sullo sfondo; dettagli di vita quotidiana che assumono un peso enorme proprio mentre continuano a sembrare insignificanti. Tutto ciò contribuisce a creare un clima di tranquillità e calma decisamente surreale, una bolla di normalità che avvolge i personaggi e lo spettatore, e che verrà squarciata solo dal massacro delle scene finali, le uniche con un po’ di azione, ma girate con tale freddezza e distacco da risultare ancora più devastanti.
L’abilità e il talento del regista sono evidenti in ogni scelta formale: le lunghe inquadrature in steady cam che seguono i personaggi nei corridoi come fossero anime alla deriva, i campi larghi che isolano l’individuo nel vuoto della scuola, l’uso del suono come elemento di sospensione, quasi a ricordarci che il dramma è già scritto anche quando niente sembra accadere. Van Sant non giudica, non commenta, non spiega: mostra. E proprio in questo sguardo apparentemente neutrale si nasconde la sua critica più feroce. Il messaggio, infatti, è chiaro fin dall’inizio: l’“elefante nella stanza”, quello di cui nessuno vuole parlare, è la violenza che abita nelle pieghe della società americana, nelle sue scuole, nelle sue case, nei suoi vuoti educativi, nei suoi silenzi. La strage non è un atto isolato: è il risultato di un sistema che cova mostri sotto la superficie liscia della normalità. Il titolo stesso allude a una verità troppo grande per essere ignorata, ma troppo scomoda per essere detta.
A rendere tutto più autentico e immediato è il cast composto da attori non professionisti, ragazzi e ragazze che portano sullo schermo una spontaneità disarmante. Le loro camminate, le loro conversazioni banali, i loro gesti quotidiani hanno una sincerità che nessun attore “costruito” avrebbe saputo restituire. È come se Gus Van Sant avesse deciso di eliminare ogni filtro per avvicinarci il più possibile alla realtà di quei corridoi, di quelle vite, di quella tragedia. Quello che resta, alla fine, è un silenzio pesante. Elephant non offre risposte, non dà conforto, non propone soluzioni. Ma ci costringe a guardare l’elefante che abbiamo davanti: la violenza strutturale, la solitudine, l’assenza, l’indifferenza. Il film scava senza pietà negli spazi vuoti della nostra società e li mostra per quello che sono: luoghi dove un dramma del genere non solo è possibile, ma prevedibile.
Un film che fa male, ma che va visto. La storia di una strage annunciata, un cast di adolescenti reali, il genio asciutto e chirurgico di Gus Van Sant. Buona visione… e preparatevi a non dimenticarla facilmente.




