Max è cresciuto. Ha un vissuto alle spalle che lo ha segnato profondamente: una gang di balordi gli ha portato via la famiglia e quel giorno lo ha cambiato per sempre. Il suo unico compagno di vita, adesso, è un cane. In Interceptor – Il Guerriero della Strada, secondo capitolo della saga di George Miller, il protagonista interpretato da Mel Gibson non è più il poliziotto che tentava di mantenere un minimo di ordine nel mondo di Interceptor. È un randagio che attraversa un’Australia ormai devastata, guidando la sua Interceptor in cerca del bene più prezioso: la benzina.
Il carburante è diventato una ragione sufficiente per uccidere. Max scopre una piccola comunità che vive attorno a una raffineria, difendendo la propria riserva di petrolio dall’assedio di una banda di predoni motorizzati. A guidarli c’è Lord Humungus, un gigante mascherato che sembra uscito dall’incubo di un motociclista, con l’aggressivo Wez sempre pronto a seminare il caos. Max vorrebbe soltanto ottenere la benzina e ripartire, ma finisce per avere un ruolo nella lotta per la sopravvivenza di quelle persone. Anche il bizzarro pilota di autogiro interpretato da Bruce Spence contribuisce a rendere il viaggio meno solitario e decisamente più imprevedibile.
Eccoci di fronte al film che ha fissato nell’immaginario collettivo il vero volto di Mad Max: deserto sconfinato, rottami trasformati in macchine da guerra, uomini vestiti di pelle e un mondo in cui una tanica di benzina conta più dell’oro. Le ambientazioni sono più selvagge, così come i personaggi scelti da Miller. E la cosa sorprendente è quanto tutto funzioni senza dover articolare una trama complicata. I dialoghi sono pochi, l’azione è chiarissima e il regista usa il movimento dei mezzi, le distanze fra veicoli e il paesaggio per raccontare da solo gran parte della storia.
La strategia è vincente e, personalmente, trovo il risultato perfino più efficace del capostipite. L’assedio alla raffineria e gli inseguimenti sono costruiti con un senso della velocità e del pericolo che ancora oggi mette in ombra parecchi film molto più costosi. Ma non c’è solo spettacolo: Max, che sembra aver rinunciato a qualsiasi legame, si trova di nuovo davanti a persone che hanno bisogno di aiuto. Questa tensione fra isolamento e solidarietà gli dà quel poco di cuore necessario senza addolcire un universo feroce. Se volete capire da dove arrivi la follia spettacolare di Mad Max: Fury Road, la strada passa inevitabilmente da qui. Schietto, senza troppi fronzoli e dritto al nocciolo della questione: uno dei migliori action della sua epoca.

