“Il sabotaggio in atto contro la Natura ha causato il riscaldamento globale, ed è un crimine contro la vita e tutta l’umanità. La Donna Elettrica”
C’è qualcosa di irresistibile in quei film che ti prendono per mano fin dal primo fotogramma, ti trascinano dentro un paesaggio che sembra familiare e alieno insieme, e poi senza avvisarti ti aprono una breccia nel petto. La Donna Elettrica fa esattamente questo. Ha la grazia dei piccoli film che diventano enormi, quel coraggio tranquillo che appartiene alle storie dove l’eroina non è una ventenne senza paura, ma una donna con una vita piena, con cicatrici che non esibisce e con un cuore che pulsa più forte della logica. È un film da vedere assolutamente, di quelli che ti fanno desiderare di essere un po’ più simile alla protagonista, anche solo per un pomeriggio.
Halla è una guerriera nascosta in una vita normale, e forse è questo che la rende così potente: non combatte per gloria o per ideologia astratta, ma per un legame viscerale con la sua terra. Non lo dice mai in modo pomposo, ma lo senti in ogni passo, in ogni respiro che si mescola al vento islandese, in ogni gesto calcolato mentre evadono droni, cani, elicotteri e burocrazia armata come fosse una piccola armata invisibile. E poi c’è quella musica che arriva da fuori e da dentro, quei tre musicisti che compaiono ai margini dell’inquadratura come se fossero la sua coscienza che si manifesta con coraggio: battiti, fiati, accordi che raccontano quello che le parole non dicono. È un’idea folle, bellissima, che ti resta addosso. E quando la vita le porta vicino una bambina da adottare, un’altra “musica” entra in scena: tre voci ucraine che si affacciano nella storia come un respiro di tenerezza inattesa.
Il film ti fa ridere di gusto con piccoli lampi di umorismo, così nordici, che fanno funzionare tutto. Perché non è un manifesto, non è una predica: è un’avventura emotiva che scorre con leggerezza anche quando parla di scelte che pesano una vita. E soprattutto ha un cuore enorme. Da amante del cinema che si prende il rischio di essere strano, poetico, fuori dalle regole, io qui ho goduto come un riccio: la protagonista che corre tra i monti con un arco, gli inseguimenti girati come fossero pagine di un diario d’infanzia, le improvvise fughe nella nebbia, e quell’Islanda che smette di essere cartolina e diventa anima.
Non ti lascia indifferente. Ti trovi a fare il tifo per Halla come fosse un’amica, una zia tosta, una donna che vorresti nella tua squadra quando senti che il mondo va storto. E la cosa bella è che non è dipinta come un’eroina infallibile: è fragile, a volte stanca, a volte contraddittoria, ma sempre vera. In un cinema dove spesso le donne mature vengono messe ai margini, qui una cinquantenne è il cuore pulsante dell’azione, della ribellione, della speranza. Io ci ho trovato anche una forma di libertà: una storia che ti ricorda che non serve essere invincibili per smuovere qualcosa, basta essere in piedi quando tutti vorrebbero vederti seduta. Una donna, un arco, un po’ di follia e un amore immenso per ciò che vuole proteggere: non so tu, ma io mi emoziono più con questo che con dieci supereroi digitali. La Donna Elettrica è un film da vedere se cerchi un racconto che ti respiri addosso, che non ti urli cosa pensare ma ti accompagni a sentire. Ne esci più leggero e più pieno, e forse anche un po’ più coraggioso.




