“Bobby, siamo nel deserto, non c’è niente che viva qui!”
Le Colline Hanno gli Occhi di Alexandre Aja riprende il film di Wes Craven del 1977 e lo trasforma in un horror ancora più fisico, sporco e aggressivo. La famiglia Carter attraversa il deserto del Nuovo Messico in roulotte e decide di seguire una deviazione che dovrebbe accorciare il viaggio. Naturalmente succede l’opposto. Il camper resta bloccato in mezzo al nulla e quella distesa apparentemente vuota si rivela abitata da presenze che conoscono il territorio molto meglio di loro.
Aja sfrutta benissimo l’isolamento. Non servono castelli infestati o corridoi bui: bastano sole, rocce, silenzio e l’idea che non ci sia nessuno a cui chiedere aiuto. La famiglia non è composta da eroi preparati, ed è proprio questo a rendere credibile la paura. Quando la violenza arriva è brutale e poco elegante, come deve essere in un film che vuole mettere lo spettatore nella stessa condizione di vulnerabilità dei protagonisti.
Il film gioca anche con il tema della famiglia americana normale messa davanti a una violenza estrema. Alcuni personaggi che all’inizio sembrano fragili o poco adatti a reagire sono costretti a cambiare rapidamente, e il passaggio dalla paura alla sopravvivenza diventa uno degli elementi più riusciti. Meglio non entrare troppo nella natura degli aggressori, perché una parte del piacere sta proprio nello scoprire poco alla volta che cosa sia successo in quel territorio.
Le scene di sangue sono esplicite, ma l’attesa funziona quasi meglio della violenza. Il camper in mezzo al deserto, la distanza fra i membri della famiglia e la sensazione che qualcuno li stia osservando creano una tensione molto semplice e molto efficace. Aja non cerca raffinatezza psicologica, cerca un’esperienza di sopravvivenza che faccia stringere i denti.
Non entro nel confronto con l’originale di Craven, ma preso da solo questo remake funziona come horror duro, diretto e senza troppi fronzoli. Se state cercando sangue, tensione e un film che sfrutti fino in fondo la paura di trovarsi isolati nel posto sbagliato, può essere ciò che fa per voi. Nella nostra Top 100 horror trovate naturalmente altri modi di farvi passare una brutta notte. Quanto al sequel, continuo tranquillamente a lasciarlo ad altri.
Uno degli aspetti più riusciti è il percorso di Doug, interpretato da Aaron Stanford. All’inizio sembra quasi fuori posto dentro una famiglia più tradizionale e aggressiva di lui, ma quando la situazione precipita è costretto a trovare risorse che non sapeva di avere. È un’evoluzione semplice ma efficace, perché il film evita di affidare la sopravvivenza al personaggio che ci aspetteremmo.
Anche l’ambientazione legata ai vecchi test nucleari americani aggiunge alla storia un retrogusto meno casuale. La minaccia non arriva da un luogo astratto, ma da uno spazio segnato da decisioni umane e poi abbandonato. Aja non insiste troppo sul sottotesto, ma basta a dare un minimo di peso in più a un horror che, per il resto, non ha nessuna vergogna nel voler essere feroce.

