Marty Supreme

Marty Supreme - Josh Safdie, 2025


Voto medio: 3,55
(33 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 150 minuti
GENERE: Biografico, Commedia, Drammatico, Sportivo
CAST: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A'zion, Kevin O'Leary, Tyler the Creator.

“Vivo con la ferma convinzione che se credo in me stesso, i soldi arriveranno.”

Ambientato nella New York del 1952, Marty Supreme segue Marty Mauser, giovane commesso di scarpe del Lower East Side con un’ossessione: diventare un campione di ping-pong e portare uno sport di nicchia sotto i riflettori americani. Il sogno lo spinge a forzare ogni limite possibile (familiari, morali e pure legali) fino a una fuga in avanti che lo porta tra tornei internazionali, truffe, relazioni ambigue e un continuo rincorrere il prossimo colpo di fortuna. Marty non pianifica: reagisce. E ogni reazione sembra peggiorare la situazione successiva.

Il cuore del film non è però lo sport, ma il personaggio. Timothée Chalamet costruisce un protagonista magnetico e profondamente sgradevole: narcisista, manipolatore, incapace di imparare davvero dai propri errori. Eppure, contro ogni logica, ci si ritrova spesso a sperare che ce la faccia. Non perché lo meriti, ma perché la sua corsa è ipnotica. È qui che il film divide: Marty non è un arco di redenzione classico, bensì un esperimento su quanto a lungo il carisma possa sostituire l’empatia. C’è un lavoro sottilissimo, quasi invisibile, che rafforza questa ambiguità senza mai dichiararla apertamente: quello sul corpo e sul volto di Marty. Il trucco prostetico applicato a Timothée Chalamet – cicatrici da acne, piccoli segni sullo zigomo e sul mento – non serve a “trasformarlo”, ma a suggerire una storia precedente al film, fatta di insicurezze e di un passato probabilmente segnato dallo scherno e dal sentirsi inadeguato. A questo si aggiungono scelte apparentemente controintuitive: occhiali molto spessi che rimpiccioliscono lo sguardo, costumi con spalline che fanno sembrare il corpo meno imponente, persino l’uso di lenti a contatto che peggiorano volutamente la vista dell’attore pur di rendere credibili quegli occhiali. Josh Safdie utilizza questi dettagli per guidare lo sguardo dello spettatore: dietro la megalomania di Marty, dietro la sua arroganza e il suo narcisismo, ci sono fragilità immediatamente leggibili. È una strategia precisa, quasi manipolatoria, per impedirci di odiarlo del tutto. Non per assolverlo, ma per permetterci di capirlo, distinguendo la star perfetta dal personaggio e creando quello spazio minimo di empatia che rende la sua corsa autodistruttiva ancora più difficile da ignorare.

La regia di Josh Safdie spinge sull’acceleratore senza pietà, replicando quella sensazione di ansia continua già vista in Uncut Gems. Il montaggio serrato, la fotografia nervosa e una struttura quasi episodica trasformano le due ore e mezza in una sorta di attacco d’ansia controllato. A volte funziona benissimo, altre risulta ridondante: alcune scene sembrano esistere più per intensificare il caos che per far avanzare davvero il discorso sul personaggio. Il punto più interessante resta però l’ambiguità morale. Marty non cresce davvero, non paga mai fino in fondo il prezzo delle sue scelte, e il finale (volutamente controverso) sembra più una sospensione che una chiusura. Per alcuni è una debolezza, per altri la sua scelta più onesta. Marty Supreme non chiede di essere amato, ma osservato: come un caso di studio su ambizione, dipendenza dal successo e autoinganno. Non un film rassicurante, non perfetto, ma decisamente difficile da ignorare. E questo, oggi, è già moltissimo!