Michael

Michael - Antoine Fuqua, 2026


Voto medio: 3,71
(41 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 127 minuti
GENERE: Biografico, Drammatico, Musicale
CAST: Jaafar Jackson, Nia Long, Laura Harrier, Juliano Valdi, Miles Teller, Colman Domingo, Kat Graham, Larenz Tate, Jessica Sula, Derek Luke, Kendrick Sampson, Joseph David-Jones, KeiLyn Durrel Jones, Nathaniel Logan McIntyre, Hope Banks, Kevin Shinick, Hank Northrop, Jordyn Rax.

“Sei sicuro di te, sei forte, sei magnifico… sei il più grande di tutti i tempi.”

Guardare Michael è un’esperienza un po’ strana, quasi sdoppiata. Da una parte c’è il piacere immediato: la musica, le coreografie, quell’energia che conosciamo tutti anche senza essere fan. Dall’altra c’è una sensazione più sottile, che cresce scena dopo scena: quella di stare assistendo a qualcosa di grande… ma non così profondo quanto potrebbe essere. Il film segue la traiettoria più prevedibile del biopic classico: infanzia difficile, ascesa, rottura con il padre, affermazione personale. Funziona, nel senso che scorre senza intoppi, intrattiene, tiene alta l’attenzione. Ma è proprio qui che si apre la crepa: la storia di Michael Jackson non è una storia qualsiasi, e trattarla come se lo fosse, per quanto ben confezionata, lascia inevitabilmente un vuoto. Più che entrare nella testa e nel cuore di Michael, il film sembra restare sempre un passo indietro, come se avesse paura di avvicinarsi troppo.

Eppure, ci sono elementi che tengono tutto in piedi. Il più evidente è Jaafar Jackson. Non è solo una questione di somiglianza fisica, che pure è impressionante a tratti: è il modo in cui riesce a muoversi, a occupare lo spazio, a restituire quella presenza quasi irreale che Michael aveva sul palco. Nei momenti musicali il film cambia completamente il ritmo e diventa qualcosa di vivo, pulsante. È lì che si capisce perché una figura del genere continua a essere così ingombrante anche a distanza di anni. Accanto a lui, Colman Domingo costruisce un Joe Jackson duro, scomodo, ma mai caricaturale. Non cerca di renderlo simpatico, e questa è una scelta giusta: il rapporto tra padre e figlio è uno dei pochi punti in cui il film prova davvero a creare tensione emotiva. Anche se, ancora una volta, resta la sensazione che si potesse andare oltre, scavare di più, rischiare qualcosa in più.

Il problema principale è proprio questo: Michael è un film che funziona meglio quando intrattiene che quando prova a raccontare. Le sequenze musicali sono curate, spettacolari, coinvolgenti. La ricostruzione d’epoca è solida. Il ritmo non crolla mai davvero. Ma quando arriva il momento di fermarsi, di capire chi fosse davvero quella persona dietro il mito, il film accelera, semplifica, passa oltre. In questo senso, sembra quasi una lunga celebrazione controllata. Non nel senso negativo di propaganda, ma nel senso di un racconto che sceglie con molta attenzione cosa mostrare e cosa no. E questa selezione si sente. Non perché manchino necessariamente eventi o personaggi, ma perché manca quella sensazione di accesso privilegiato, di verità scomoda, di contraddizione. Tutte cose che, nel caso di Michael Jackson, sarebbero fondamentali.

Alla fine, Michael è uno di quei film da vedere se ti lasci trasportare facilmente dalla musica, dall’energia di un’icona e dal piacere puro dello spettacolo. Non è il ritratto definitivo che forse molti aspettavano, e non scava davvero fino in fondo nella complessità di Michael Jackson, ma riesce comunque a restituire qualcosa di difficile da replicare: la sensazione di trovarsi davanti a qualcuno che, sul palco, non è mai stato “normale”. Se cerchi un biopic rigoroso, completo, che ti faccia capire davvero la persona dietro il mito, potresti uscirne un po’ a metà. Ma se sei disposto ad accettarlo per quello che è (un racconto parziale, spettacolare, a tratti trattenuto) allora funziona. E in sala, con il volume alto e quelle canzoni lì, funziona anche molto bene. Non è il film definitivo su Michael Jackson. Ma è comunque un film che vale la pena vedere, soprattutto per ricordarsi (o scoprire) perché a un certo punto è stato impossibile ignorarlo.