Quando Dio Imparò a Scrivere

Los Renglones Torcidos de Dios - Oriol Paulo, 2022


Voto medio: 4,29
(14 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 154 minuti
GENERE: Drammatico, Giallo
CAST: Bárbara Lennie, Eduard Fernández, Javier Beltran, Pablo Derqui, Adelfa Calvo, Antonio Buíl, Dafnis Balduz, David Selvas, Lluís Soler, Vicente Vergara, Txell Aixendri, Joan Crosas, Lluís Altés, Pep Ferrer, Loreto Mauleón, Samuel Soler, Federico Aguado, Francisco Javier Pastor, Luis Sacristán, Covadonga Berdiñas.

“Dev’essere successo qualcosa lì dentro, ma la polizia non vuole darmi ascolto…”

Sì, di film con gente rinchiusa in manicomio dove non sai mai chi è delirante e chi no ce ne sono. Ma questo fa una cosa diversa: ti prende, ti sposta da una parte, poi dall’altra, poi di nuovo indietro, così tante volte che a un certo punto smetti di chiederti chi sia pazzo… e inizi a sospettare di te stesso: ho finito di vederlo da dieci minuti e non ho capito un cazzo. E lo dico con affetto.

Quando Dio Imparò a Scrivere (titolo italiano altisonante, poeticone, molto “facciamo finta che abbia senso”, un po’ come Se mi lasci ti cancello – e no, non sono un fan di queste scelte) è l’adattamento di Los renglones torcidos de Dios. Letteralmente sarebbe “Le righe storte di Dio”: un modo per dire che ciò che sembra sbagliato o folle potrebbe essere solo parte di un disegno più ampio. Già qui il film ti avvisa: la linea retta non esiste.

La premessa è semplice (e non spoilero nulla): una donna entra in un ospedale psichiatrico. Forse per indagare. Forse perché è instabile. Forse entrambe le cose. Da lì in poi è un continuo gioco di specchi. Medici credibili ma inquietanti. Pazienti che sembrano più lucidi di chi dovrebbe curarli. Versioni dei fatti che si contraddicono con una sicurezza disarmante. E tu lì, a fare il detective da divano, convinto di aver capito tutto… finché non arriva l’ennesima svolta a ricordarti che no, non hai capito niente.

Oriol Paulo fa ciò che gli riesce meglio: costruisce una macchina narrativa precisa, elegante, ricca di incastri. È lungo (quasi due ore e mezza), è lento nel prendersi il suo tempo, ma non è mai trascurato. Ogni dialogo sembra avere un doppio fondo. Ogni sguardo potrebbe essere una prova o una bugia. E la protagonista regge tutto con un carisma che ti obbliga a fidarti di lei anche quando non dovresti.

La cosa più forte? Non è tanto il “chi ha ragione”, ma il dubbio continuo su cosa sia reale. Il film ti spinge a scegliere una versione, poi te la smonta con calma. E quando pensi di aver trovato l’equilibrio, ti toglie il pavimento sotto i piedi. Non è solo un thriller: è un esercizio di manipolazione fatto bene. Smoke and mirrors, ma con stile.

È perfetto? No. Forse un po’ troppo lungo. Forse un po’ troppo innamorato dei suoi stessi colpi di scena. Ma funziona. Perché alla fine ti lascia con quella sensazione rara: la voglia di rivederlo per capire cosa ti è sfuggito.

Se ti sono piaciuti Shutter Island, Unsane o Fractured, sai già che terreno stai calpestando… solo che qui il pavimento si muove molto più spesso di quanto pensi!