Quando Dio Imparò a Scrivere

Los Renglones Torcidos de Dios, 2022 · Oriol Paulo

Drammatico / Giallo154 min

Alice entra volontariamente in un ospedale psichiatrico sostenendo di indagare su un delitto. Medici e pazienti raccontano però una versione molto diversa.

Recensione di

★★★★★ ★★★★★
Voto medio: 4,31
(39 voti totali)

Trailer

“Dev’essere successo qualcosa lì dentro, ma la polizia non vuole darmi ascolto…”

Sì, di film con gente rinchiusa in manicomio dove non sai mai chi è delirante e chi no ce ne sono. Ma questo fa una cosa diversa: ti prende, ti sposta da una parte, poi dall’altra, poi di nuovo indietro, così tante volte che a un certo punto smetti di chiederti chi sia pazzo… e inizi a sospettare di te stesso: ho finito di vederlo da dieci minuti e non ho capito un cazzo. E lo dico con affetto.

Quando Dio Imparò a Scrivere (titolo italiano altisonante, poeticone, molto “facciamo finta che abbia senso”, un po’ come Se mi lasci ti cancello – e no, non sono un fan di queste scelte) è l’adattamento di Los renglones torcidos de Dios. Letteralmente sarebbe “Le righe storte di Dio”: un modo per dire che ciò che sembra sbagliato o folle potrebbe essere solo parte di un disegno più ampio. Già qui il film ti avvisa: la linea retta non esiste.

La premessa è semplice (e non spoilero nulla): una donna entra in un ospedale psichiatrico. Forse per indagare. Forse perché è instabile. Forse entrambe le cose. Da lì in poi è un continuo gioco di specchi. Medici credibili ma inquietanti. Pazienti che sembrano più lucidi di chi dovrebbe curarli. Versioni dei fatti che si contraddicono con una sicurezza disarmante. E tu lì, a fare il detective da divano, convinto di aver capito tutto… finché non arriva l’ennesima svolta a ricordarti che no, non hai capito niente.

Oriol Paulo fa ciò che gli riesce meglio: costruisce una macchina narrativa precisa, elegante, ricca di incastri. È lungo (quasi due ore e mezza), è lento nel prendersi il suo tempo, ma non è mai trascurato. Ogni dialogo sembra avere un doppio fondo. Ogni sguardo potrebbe essere una prova o una bugia. E la protagonista regge tutto con un carisma che ti obbliga a fidarti di lei anche quando non dovresti.

La cosa più forte? Non è tanto il “chi ha ragione”, ma il dubbio continuo su cosa sia reale. Il film ti spinge a scegliere una versione, poi te la smonta con calma. E quando pensi di aver trovato l’equilibrio, ti toglie il pavimento sotto i piedi. Non è solo un thriller: è un esercizio di manipolazione fatto bene. Smoke and mirrors, ma con stile.

È perfetto? No. Forse un po’ troppo lungo. Forse un po’ troppo innamorato dei suoi stessi colpi di scena. Ma funziona. Perché alla fine ti lascia con quella sensazione rara: la voglia di rivederlo per capire cosa ti è sfuggito.

Se ti sono piaciuti Shutter Island, Unsane o Fractured, sai già che terreno stai calpestando… solo che qui il pavimento si muove molto più spesso di quanto pensi!