Ratataplan

Ratataplan - Maurizio Nichetti, ...


Voto medio: 3,43
(21 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA:...
GENERE:...
CAST: Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro, Edy Angelillo, Lidia Biondi, Heidi Hansen, Gaetano Porro, Roland Topor, Osvaldo Salvi, Giorgio White, Umberto Gallone, Enrico Grazioli, Ione Greghi, Giorgio Caldarelli, Maruska Mottlova, Serena Sartori, Dario Sereni.

“Pronto, pronto! Un bicchiere d’acqua, subito, all’ultimo piano!”

Ratataplan è uno di quei film da vedere quando si vuole ricordare che la comicità italiana non è stata solo battuta, dialogo, carattere regionale e tormentone, ma anche corpo, ritmo, silenzio, invenzione visiva. Maurizio Nichetti esordisce nel 1979 con un film poverissimo nei mezzi e ricchissimo di idee, quasi muto, pieno di rumori, gesti, inciampi, marchingegni, lingue che diventano suono più che significato. Il suo Colombo è un giovane ingegnere milanese troppo fantasioso per essere assunto da una multinazionale, troppo timido per dichiararsi, troppo fuori asse per stare comodo nel mondo normale. Disegna un albero colorato quando tutti lo fanno schematico e grigio, costruisce macchine assurde per semplificarsi la vita, corre per Milano con un bicchiere d’acqua che diventa miracolo, finisce in una compagnia teatrale sgangherata, si innamora come può. Sembra poco, e invece dentro c’è già tutto: la Milano che cambia, la fantasia respinta dal lavoro, la poesia degli scarti, la solitudine dei buffi.

Il bello di Ratataplan è che non chiede mai il permesso di essere strano. Procede per episodi, gag, deviazioni, piccole catastrofi comiche: il colloquio di lavoro, il chiosco delle bibite, il bicchiere contaminato che attraversa la città, il teatrino rurale finito a forconi, l’automa costruito per corteggiare una ragazza. A tratti può sembrare slegato, perfino un po’ disordinato, ma è un disordine coerente con il suo protagonista. Colombo non attraversa una trama tradizionale: attraversa un mondo che lo misura sempre con criteri sbagliati. La società gli chiede efficienza, risultato, adattamento, presenza; lui risponde con mimo, fantasia, goffaggine, ostinazione. In questo senso Nichetti guarda a Chaplin, Keaton e Tati senza limitarsi all’omaggio: prende la lezione del cinema comico muto e la porta nella Milano di fine anni Settanta, tra case di ringhiera, uffici impersonali, cortili popolari, luoghi dove l’umanità resiste ancora ma già si sente il fiato dell’affarismo.

La quasi assenza di dialoghi è la scelta più forte e più bella del film. Ratataplan parla pochissimo perché il suo linguaggio vero è il corpo di Nichetti: baffi, occhi, passi, esitazioni, scatti improvvisi, quella faccia da cartone animato capitato per sbaglio in un palazzo vero. Il suo Colombo comunica meglio quando non spiega, quando subisce, quando inventa, quando tenta di aggiustare le cose con una logica tutta sua. E proprio perché non si appoggia alla parola, il film conserva ancora oggi una libertà rara: può essere visto anche da chi non capisce tutte le lingue che passano sullo schermo, può funzionare come una comica antica e come una piccola satira moderna. Non tutte le gag hanno la stessa forza, qualche segmento gira un po’ più a vuoto, ma quando Ratataplan trova il tempo giusto diventa irresistibile: una macchina comica artigianale, fragile e precisa, fatta di oggetti poveri e intuizioni fulminanti.

La cosa più tenera, però, è che sotto la comicità resta sempre una malinconia dolce. Colombo non è solo un buffone: è uno che prova a stare al mondo senza perdere la propria forma. Il colloquio iniziale dice già tutto: il suo albero è troppo vivo per un sistema che vuole alberi funzionali, ordinati, uguali. E forse è lì che Ratataplan diventa più che una curiosità d’autore: diventa un film sulla fantasia come difetto agli occhi degli altri, ma anche come unica possibilità di salvezza. La sequenza finale nel magazzino degli stracci, con due creature fuori posto che si incontrano tra vestiti abbandonati, ha una grazia minuscola e enorme insieme. Non è il trionfo dell’amore romantico, non è la rivincita sociale, non è la carriera che finalmente parte. È qualcosa di più piccolo e più vero: trovare qualcuno con cui rotolarsi nel proprio caos senza doversi giustificare.

Ratataplan è un film imperfetto, episodico, bizzarro, a volte più vicino a una raccolta di invenzioni che a una commedia compatta. Ma è anche uno degli esordi più personali del cinema italiano, un oggetto gentile e anomalo che merita di essere recuperato proprio perché non somiglia quasi a niente. Un film da vedere per chi ama la comicità visuale, per chi vuole scoprire un Maurizio Nichetti pieno di coraggio e immaginazione, e per chi ogni tanto ha bisogno di ricordarsi che anche un albero colorato, in mezzo a tanti alberi grigi, può essere una forma di resistenza.