Stay – Nel Labirinto della Mente

Stay - Marc Forster, 2005


Voto medio: 4,20
(44 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 99 minuti
GENERE: Drammatico, Mistero, Thriller
CAST: Ewan McGregor, Ryan Gosling, Naomi Watts, Janeane Garofalo, Bob Hoskins, Elizabeth Reaser, Kate Burton, BD Wong, John Tormey, José Ramon Rosario, Becky Ann Baker, Jessica Hecht, Sterling K. Brown, Amy Sedaris, Mark Margolis, Mary Testa.

“Henry, guardati intorno: se questo è un sogno, c’è il mondo intero dentro.”

Stay è uno di quei film che sembrano usciti dal posto sbagliato al momento sbagliato: troppo elegante per essere venduto come semplice thriller, troppo emotivo per essere liquidato come esercizio di stile, troppo strano per trovare subito il suo pubblico. E infatti nel 2005 passò quasi inosservato, trattato come un oggetto difettoso quando forse era soltanto un oggetto fuori misura. Marc Forster dirige Ewan McGregor, Naomi Watts e Ryan Gosling in un thriller psicologico che comincia con un caso apparentemente chiaro (uno psichiatra deve salvare un giovane paziente convinto di volersi uccidere) e poi, piano piano, smonta il pavimento sotto i piedi dello spettatore. Non è un film facile, non è un film “comodo”, non è nemmeno uno di quei misteri che a fine corsa si lasciano spiegare con due frasi e una pacca sulla spalla. È un film da vedere se ti piacciono le storie che ti fanno dubitare del montaggio, degli sguardi, dei dettagli sullo sfondo, persino della posizione dei personaggi dentro una stanza.

Il cuore del film è Henry Letham, interpretato da un Ryan Gosling già magnetico, fragile e distante, uno studente d’arte che annuncia al dottor Sam Foster di volersi togliere la vita allo scoccare del suo ventunesimo compleanno. Sam, a sua volta, non è un terapeuta neutro: vive con Lila, una donna sopravvissuta a un tentativo di suicidio, e sente su di sé la responsabilità di impedire a Henry di scomparire. Da qui Stay si muove come un’indagine, ma non nel senso classico del termine. Sam cerca la famiglia di Henry, la sua ragazza, le tracce del suo passato, però ogni porta che apre sembra condurlo in un’altra versione della stessa realtà. Le scene si ripetono con variazioni minime, i volti sembrano scivolare da un ruolo all’altro, i dialoghi anticipano ciò che non dovrebbe essere ancora accaduto. È come se il film avesse preso la logica del sogno e l’avesse trattata con la serietà di un referto medico.

La cosa più bella, e anche più rischiosa, è che Forster non usa questa confusione come fumo negli occhi. Stay non vuole solo “fare il furbo”. Certo, appartiene a quella famiglia di film da rivedere sapendo già la verità, vicino per meccanismo mentale a Il Sesto Senso, Memento, The Machinist, Jacob’s Ladder e, per chi cerca una valida alternativa a Inception, anche a quel tipo di cinema che trasforma la mente in uno spazio architettonico. Però qui l’effetto non è quello del rompicapo spettacolare. Non ci sono regole da imparare, livelli da attraversare, spiegoni che ti prendono per mano. Il labirinto è più intimo, più doloroso, quasi postumo. Le immagini non chiedono solo di essere decifrate, ma assorbite: scale impossibili, gemelli e tripli che attraversano l’inquadratura, transizioni liquide, tagli che non sembrano tagli, corridoi che cambiano temperatura emotiva mentre li percorri. A tratti il film pare davvero un quadro che sta tentando di ricordare se stesso.

Capisco benissimo chi lo trova frustrante. Stay può sembrare troppo costruito, troppo innamorato delle proprie simmetrie, forse anche un po’ compiaciuto nel suo modo di disorientare lo spettatore. Ma quando funziona – e per me funziona molto più di quanto gli sia stato riconosciuto – ha una forza rara: racconta il senso di colpa non come concetto, ma come ambiente. Non guardiamo semplicemente un personaggio tormentato; entriamo in una realtà che si piega sotto il peso di ciò che non può essere accettato. Ewan McGregor è perfetto nel suo progressivo smarrimento, Naomi Watts porta nel film una dolcezza ferita che impedisce alla storia di diventare solo un esercizio cerebrale, mentre Gosling ha quella qualità sospesa di chi sembra già mezzo altrove, come se stesse parlando da una stanza in cui noi arriveremo sempre troppo tardi.

Il finale, senza rovinarlo, è il punto in cui molti decidono se amare o respingere il film. C’è chi lo considera una scorciatoia, chi una chiave troppo semplice per un enigma così elaborato. Io ci vedo invece una malinconia enorme: l’idea che, negli ultimi istanti, la mente possa costruire un mondo intero con ciò che vede, ricorda, teme e desidera. Stay – Nel Labirinto della Mente è un film imperfetto, sì, ma di quelle imperfezioni che continuano a lavorarti addosso dopo la visione. Non lo consiglierei a chi cerca un thriller lineare o un colpo di scena servito con il manuale d’istruzioni. Lo consiglierei invece a chi ama perdersi, a chi accetta che un film possa essere più vicino a un’allucinazione che a una trama, a chi ogni tanto vuole uscire da una visione con la sensazione di dover rimettere insieme i pezzi non solo del racconto, ma anche di sé. E, onestamente, di film così sottovalutati se ne trovano sempre meno.