Una cena da 1.250 dollari a persona, un’isola privata e uno chef che pretende un silenzio quasi religioso: The Menu mette subito in chiaro che qui il cibo è soltanto una parte dell’esperienza. Tyler, appassionato di alta cucina fino all’ossessione, arriva al ristorante Hawthorn insieme a Margot, decisamente meno impressionata dalle liturgie gastronomiche. Intorno a loro siedono clienti ricchissimi, una critica influente e persone abituate a comprare qualunque privilegio. A guidare la serata c’è Julian Slowik, interpretato da Ralph Fiennes con una calma così severa da rendere inquietante perfino la presentazione di un piatto. Il menu degustazione, naturalmente, prende una piega che nessuno degli ospiti si aspettava.
La trovata migliore del film di Mark Mylod è trasformare una cena in un sistema di regole. Ogni portata modifica i rapporti di forza, ogni spiegazione dello chef suona come una sentenza, e il personale si muove con una disciplina che fa sembrare il ristorante una piccola istituzione totalitaria. Il gioco funziona perché è divertente prima ancora che simbolico: il disagio cresce mentre le conversazioni dei commensali diventano sempre più ridicole. Nicholas Hoult è magnifico nel rendere Tyler un uomo incapace di distinguere la passione dalla venerazione; Anya Taylor-Joy, invece, offre a Margot uno sguardo scettico che ci permette di osservare tutta quella follia senza accettarne automaticamente le regole.
È facile leggere The Menu come una satira del lusso e del consumismo, ma il bersaglio è più preciso: il momento in cui il piacere viene sostituito dalla necessità di dimostrare di possedere gusto, status e conoscenze. In questo dialoga con Parasite e con Triangle of Sadness, pur scegliendo una strada più vicina al thriller grottesco che al dramma sociale. C’è anche qualcosa di malinconico nello chef Slowik: dietro il suo controllo assoluto si intravede un uomo che ha smarrito il piacere del mestiere. Il film lascia emergere questa contraddizione senza chiedere allo spettatore di assolverlo, e il confronto con Margot acquista così un interesse che va oltre la semplice lotta per sopravvivere.
Non tutto è sottile: alcuni invitati sono caricature volutamente vistose e la sceneggiatura preferisce talvolta la battuta feroce alla complessità. Ma sarebbe ingiusto chiedere a questa commedia nera la delicatezza di un ritratto psicologico. La sua forza sta nel ritmo, nella precisione dei tempi comici e nell’eleganza con cui la messa in scena prepara il terreno al caos. Hong Chau, nei panni della responsabile di sala Elsa, aggiunge una presenza gelida e irresistibile. È un film da scegliere quando si ha voglia di qualcosa di originale, teso e cattivello, senza impegnarsi in due ore di horror puro. Meglio arrivare alla visione sapendo il meno possibile: le sorprese, qui, sono parte integrante del servizio.

