“Verso l’infinito e oltre!”
Toy Story è il film con cui Pixar ha preso una fantasia infantile semplicissima, “e se i giocattoli prendessero vita quando non li guardiamo?”, e l’ha trasformata in una delle avventure animate più importanti e divertenti degli anni Novanta. Uscito nel 1995, diretto da John Lasseter, è passato alla storia per essere il primo lungometraggio interamente realizzato in animazione digitale, ma ridurlo alla sua importanza tecnica sarebbe quasi ingiusto. Perché Toy Story è sì una rivoluzione visiva, ma soprattutto una storia scritta benissimo: veloce, brillante, piena di battute, con personaggi immediatamente riconoscibili e un’idea di fondo che funziona ancora oggi, anche dopo decenni di cinema Pixar, sequel, imitazioni e animazione sempre più spettacolare.
La storia è ormai entrata nell’immaginario collettivo: nella cameretta di Andy, i giocattoli vivono una vita segreta ogni volta che gli esseri umani escono dalla stanza. Woody, il cowboy con la voce di Tom Hanks, è il giocattolo preferito del bambino e anche una specie di leader del gruppo. Ha il rispetto degli altri, un ruolo chiaro, una sicurezza quasi naturale. Poi arriva Buzz Lightyear, doppiato in originale da Tim Allen, astronauta spaziale pieno di pulsanti, ali, frasi eroiche e convinzione assoluta di non essere un giocattolo, ma un vero Space Ranger in missione. Il problema è che Andy se ne innamora subito, e Woody scopre una cosa molto poco elegante ma molto umana: anche un giocattolo può essere geloso. Da qui nasce il conflitto, ma anche il cuore del film, perché Toy Story non parla solo di giocattoli che si muovono quando nessuno li vede. Parla della paura di essere sostituiti, di perdere il proprio posto, di non essere più amati come prima.
Quello che colpisce ancora oggi è quanto il film sia semplice senza essere banale. La trama fila via in modo pulitissimo: la rivalità tra Woody e Buzz li porta lontani da Andy, prima nel mondo esterno e poi nella casa di Sid, il vicino inquietante che smonta, tortura e ricompone i giocattoli come un piccolo scienziato pazzo da cameretta. Ma dentro questa struttura da avventura per famiglie c’è un lavoro sui personaggi davvero notevole. Woody non è il classico eroe perfetto: è insicuro, competitivo, un po’ meschino quando sente minacciato il suo ruolo. Buzz, dall’altra parte, è comicissimo proprio perché crede davvero alla propria leggenda, ma quando scopre la verità su sé stesso vive una piccola crisi esistenziale sorprendentemente malinconica per un film destinato anche ai bambini. È qui che Toy Story trova la sua magia: fa ridere, corre, diverte, ma ogni tanto ti ricorda che anche dietro una battuta può esserci qualcosa di tenero e doloroso.
Sul piano tecnico, certo, oggi alcune cose mostrano l’età, soprattutto nei personaggi umani, che non hanno la fluidità e la naturalezza dell’animazione digitale moderna. Ma questa non è una debolezza che rovina il film. Anzi, vista adesso, quella grafica un po’ più rigida ha quasi un fascino storico, da oggetto pionieristico che ha aperto una strada gigantesca. I giocattoli, invece, funzionano ancora benissimo: forse proprio perché sono di plastica, stoffa, gomma, legno, materiali che l’animazione del tempo riusciva a rendere con grande efficacia. E poi c’è il ritmo, che resta perfetto. Toy Story dura poco, non spreca scene, non allunga mai inutilmente, e riesce a parlare contemporaneamente ai bambini e agli adulti senza fare l’occhiolino in modo fastidioso. Mr. Potato, Rex, Slinky, Hamm, i soldatini verdi e gli alieni di Pizza Planet non sono semplici comparse: ognuno ha un gesto, una battuta, un modo di stare in scena che rende la cameretta di Andy un piccolo mondo vivissimo.
Toy Story è un film da vedere assolutamente perché ha tutto quello che una grande avventura animata dovrebbe avere: un’idea forte, personaggi memorabili, umorismo, ritmo, emozione e una sincerità che non invecchia. Non è solo “il primo film Pixar” o “il primo film in computer grafica”: è un classico perché continua a funzionare anche quando la novità tecnologica non è più una novità. Lo puoi rivedere da adulto e ritrovare il bambino che sospettava che i giocattoli cambiassero posizione da soli; lo puoi mostrare a un bambino di oggi e vedere che la storia arriva ancora dritta, senza bisogno di spiegazioni. Il bello è proprio questo: Toy Story ha cambiato il cinema d’animazione, ma non si comporta mai come una lezione di storia. Si comporta come un giocattolo riuscito benissimo: lo prendi in mano, inizi a giocarci, e dopo pochi minuti ti dimentichi del resto.




