Cuore o cervello? È la dura scelta davanti alla quale si trova Kit, una creativa incompresa che ha appena fallito il proprio percorso alla scuola d’arte perché “colorare dentro ai margini” la deprime e la limita. Tornata a vivere con i genitori, viene spinta verso quel mondo adulto fatto di lavoro, orari e aspettative che ha sempre cercato di tenere a distanza. Kit accetta così un impiego temporaneo in ufficio e prova, almeno in apparenza, a diventare la persona seria che tutti sembrano aspettarsi. Quando sembra essersi rassegnata all’idea di dire addio alla sua sfrenata immaginazione, riceve però un misterioso invito. Uno stravagante Samuel L. Jackson, che si presenta semplicemente come il Venditore, le offre la possibilità di realizzare il sogno più assurdo e persistente della sua infanzia: possedere un unicorno.
Unicorn Store potrebbe fermarsi alla stramberia della premessa e invece usa l’unicorno come una specie di prova di maturità al contrario. Per meritarselo Kit deve preparare uno spazio adatto, procurarsi il necessario e dimostrare di essere capace di offrirgli un ambiente pieno d’amore. Nel frattempo conosce Virgil, un ragazzo del negozio di ferramenta che la aiuta a costruire una stalla senza capire fino in fondo per quale creatura la stia realizzando. Ogni requisito fantastico la costringe così ad affrontare qualcosa di molto concreto: il rapporto complicato con i genitori, la paura di fallire, la difficoltà di accettare un lavoro che non la rappresenta e soprattutto l’idea che crescere significhi necessariamente rinunciare alla parte più infantile e colorata di sé.
Brie Larson interpreta e dirige una commedia che in qualche modo ricorda Alice nel Paese delle Meraviglie: non importa quanto irrazionale e illogico possa sembrare seguire un Bianconiglio, tutto quello che conta è andare fino in fondo nella sua tana. Samuel L. Jackson si diverte moltissimo nel ruolo del Venditore, vestito e atteggiato come se la normalità fosse il concetto più noioso mai inventato, mentre Joan Cusack e Bradley Whitford interpretano i genitori di Kit con un entusiasmo che lei percepisce spesso come pressione. Il film è volutamente zuccheroso, a tratti persino ingenuo, e chi non entra nella sua logica potrebbe trovarlo troppo semplice.
Ma la semplicità è anche il suo punto. Unicorn Store non suggerisce di restare bambini per sempre, bensì di capire quali parti dell’infanzia meritino di essere portate con noi quando diventiamo adulti. Chissà, forse la chiave per riuscire a voltare pagina sta proprio nell’avere fiducia nel proprio istinto, senza permettere agli altri di decidere in anticipo quali sogni siano abbastanza seri da meritare spazio. È un film piccolo, coloratissimo e sincero, perfetto soprattutto per chi si è sentito almeno una volta fuori posto in un mondo che chiede continuamente di colorare dentro ai margini.

