Medea, la celebre tragedia di Euripide, reinterpretata in modo assai personale ed efficace dal maestro dello scandalo Pier Paolo Pasolini, il quale si affida alla diva per eccellenza, Maria Callas, per il ruolo della protagonista. La storia è fin troppo nota: Giasone si reca in Colchide a capo degli argonauti per recuperare il vello d’oro. Una volta giunto nella terra del sovrano Eeta, sarà aiutato nella sua missione dalla ammaliante maga Medea, che persa d’amore per l’eroe giungerà perfino a tradire la propria famiglia. Medea e Giasone iniziano la loro fuga d’amore che verrà coronata dalla nascita di due figli. Ma l’idillio non è destinato a durare poiché Giasone s’invaghisce di Glauce, la bella figlia del re di Corinto, causando l’esplosione di odio di Medea.
Il film affascina soprattutto per l’incontro tra il volto intensissimo di Maria Callas, qui alla sua unica interpretazione cinematografica, e un mondo arcaico che Pasolini ricrea attraverso paesaggi, costumi, musiche e rituali. Non è la ricostruzione rassicurante di una Grecia da manuale: è un universo dove ogni gesto sembra possedere un valore sacro, e dove la perdita delle proprie radici diventa quasi una ferita fisica. Giasone appartiene invece a un mondo più razionale e opportunista, incapace di comprendere ciò che Medea sta sacrificando per lui. Anche per questo la tragedia non nasce soltanto da un tradimento amoroso, ma da due visioni della vita ormai inconciliabili.
Pasolini si allontana dal mito originale per proporci un’opera da leggere in chiave moderna, con una Medea simbolo di una irrazionalità arcaica e perduta, di un mondo divino e mitologico, che si scontra con la realtà piccolo borghese dell’affascinante Giasone: uno scontro che condurrà inevitabilmente alla tragedia.

