“Messo un piede sulla terraferma, non c’è soccorso.”
C’è un momento, durante 28 Anni Dopo, in cui ho pensato: “Ma io cosa diamine sto guardando? È ancora la saga dei corridori rabbiosi o siamo finiti in un dramma esistenziale girato con l’iPhone di un cinefilo in crisi mistica?”. E no, non è una battuta: il film è davvero stato girato con l’iPhone. Danny Boyle torna a mettere mano a un franchise che ha contribuito a rivoluzionare più di vent’anni fa, e lo fa con la sicurezza (e l’incoscienza) di chi ha vinto un Oscar e sa benissimo che può permettersi di spiazzarti. Ecco, 28 Anni Dopo spiazza, e tanto. Ma partiamo dal contesto: l’infezione di 28 Giorni Dopo non è mai stata contenuta, e 28 anni dopo il disastro originale, la Gran Bretagna è ancora una zona morta. C’è una comunità su Lindisfarne, un’isoletta che sembra il set alternativo di The Lighthouse se ci avessero messo un po’ di retaggio post-The Last of Us. Quando uno del gruppo decide di varcare il ponte (sì, c’è letteralmente un ponte super sorvegliato, tipo la linea rossa del “non superare”) per andare sulla terraferma… iniziano i guai. E che guai.
Il film parte bene: atmosfera da paura (in tutti i sensi), tensione che ti sale addosso come l’umidità londinese, e una nuova tipologia di infetto: l’Alpha Zombie. Che detta così fa già ridere, ma ti giuro che il primo impatto è devastante. Forte, veloce, furbo… insomma, se i primi infetti correvano come matti, questo qua sembra uno che ha fatto CrossFit, scacchi e improvvisazione teatrale. L’idea è interessante: il virus si è evoluto, come si evolve la disperazione, come si evolve l’orrore. Ma… c’è un grosso “ma”: perché l’Alpha Zombie è talmente imbattibile che tanto valeva mettere Thanos con la maschera di Jason. Qualunque cosa tu faccia, arriva, ti trova e ti distrugge. Addio tensione, addio “ce la faranno?”, e benvenuto “tanto muoiono tutti lo stesso”. È qui che il film inciampa su se stesso: perde quell’equilibrio perfetto che aveva fatto grande 28 Giorni Dopo, dove il vero terrore veniva dall’incertezza. Qui è più uno slasher spirituale, con un nemico invincibile che ti toglie anche la voglia di tifare per i sopravvissuti.
E i sopravvissuti? Meh. C’è una madre che cerca di proteggere suo figlio, un soldato con dubbi morali (chi non ne ha?), uno scienziato che cerca una cura (spoiler: buona fortuna) – tutte cose già viste, tutte buttate lì. Personaggi che sembrano più idee abbozzate che persone vere. Ti viene voglia di prenderli da parte e dirgli: “Ehi, ti ricordi che sei in un film con gli infetti? Forse dovresti iniziare a comportarti come se volessi sopravvivere”. A difesa di Boyle va detto che visivamente il film ha dei momenti incredibili: certi paesaggi, certe inquadrature, certe fughe disperate sono da manuale. E l’uso dell’iPhone, se da un lato fa storcere il naso all’amante del 35mm (presente!), dall’altro dà una crudezza “live” che rende tutto più disturbante. È come se stessi guardando qualcosa che non dovresti vedere, e questa sensazione, per un horror, è oro puro.
Il problema, però, è il finale. Un disastro. Dopo un’ora e cinquanta di costruzione ansiosa, ti aspetti la mazzata. O almeno un twist. O almeno… qualcosa. Invece no: succedono cose a caso, personaggi che fanno scelte assurde, plot point lasciati in sospeso come una serie Netflix cancellata alla prima stagione. Ti resta un amaro in bocca che non è quello del “voglio un altro film”, ma più quello del “ma davvero ho aspettato diciotto anni per questo?”. Eppure – e qui arriva il paradosso – 28 Anni Dopo è un film che ti resta addosso. Perché ti prende a pugni con l’atmosfera, con il dolore, con la follia umana che fa più paura del virus stesso. Non è un film da vedere con leggerezza, non è un film da popcorn e copertina. È un’esperienza disturbante, sbilenca, affascinante e frustrante. Come una camminata solitaria tra le rovine di qualcosa che amavi.
Se siete fan della saga, lo guarderete lo stesso, inutile che ve lo dica. Se invece cercate un horror dritto, lineare, che vi faccia saltare dalla sedia e magari tifare per qualche personaggio, forse è meglio tornare su 28 Giorni Dopo. O su Train to Busan, che almeno ha i treni in orario. Ma Boyle è Boyle, e quando decide di infettarti, lo fa fino al midollo. Magari con qualche sbavatura… ma pure con quel tocco da autore che ti fa pensare: “Questo film, comunque, me lo ricorderò.” Anche solo per capire se sto cavolo di Alpha Zombie è davvero morto… o sta aspettando il prossimo sequel.




