“Siamo veramente stanchi di vedere attori che ci danno false emozioni, esauriti da spettacoli pirotecnici o effetti speciali. Anche se il mondo in cui si muove è in effetti per certi versi fittizio, simulato, non troverete nulla in Truman che non sia veritiero. Non c’è copione, non esistono dogmi. Non sarà sempre Shakespeare, ma è autentico. È la sua vita.”
“Il Truman Show è uno stile di vita.” Nei primi minuti di film in cui vengono intervistati degli attori, uno di loro recita questa frase. Noi spettatori, che stiamo dall’altra parte dello schermo cinematografico, non comprendiamo quello che gli spettatori raccontati in quel film riescono a comprendere appieno da questa battuta. La risposta però non tarda ad arrivare: infatti nel giro di pochi minuti veniamo proiettati in un mondo, decisamente troppo bello per essere vero, che ci racconta la storia di un uomo: Truman Burbank, trentenne, sposato con Meryl, grande amico di Marlon, che vive a Seahaven e ha una vita tremendamente perfetta e a dir poco ripetitiva. Peter Weir costruisce questa perfezione come qualcosa di sempre più inquietante: le case sono ordinate, i vicini sorridono, ogni giornata sembra avere il proprio copione invisibile. Jim Carrey parte proprio da qui, da un personaggio apparentemente solare e prevedibile, per lasciar emergere poco alla volta il disagio di chi sente che qualcosa non torna ma non sa ancora darle un nome.
La storia di The Truman Show nasce da un delirio di onnipotenza di Christof, regista e ideatore del programma: Truman è un bambino prescelto poiché nato per primo tra una serie di gravidanze non gradite, un rifiuto del mondo che viene “salvato” da Christof e innestato in un mondo fittizio, paradisiaco. È il mondo come dovrebbe essere, falso sì perché tutti intorno a Truman sono attori, ma non è poi tanto più falso del mondo vero, dice Christof, durante le interviste che gli vengono poste. Ed Harris dà a Christof la calma inquietante di chi è convinto di sapere cosa sia meglio per un’altra persona, mentre Laura Linney rende perfettamente artificiale la vita domestica che dovrebbe sembrare rassicurante. Truman però capisce che c’è qualcosa nella sua vita che non quadra: fatti strani, personaggi che ritornano, lampade che cadono dal cielo, radio che sembrano stiano facendo la telecronaca della sua vita. È sicuramente una denuncia del mondo mediatico che, alla fine degli anni 90, iniziava a partorire i primi reality show che spiavano delle persone comuni inscatolate in studi televisivi adibiti ad appartamento. Ma il film va anche oltre: parla di privacy, controllo e libertà personale, e lo fa prima che queste questioni diventassero così quotidiane come oggi. Più Truman prova a uscire dal percorso previsto per lui, più il paradiso di Seahaven mostra la propria natura di gabbia. È questa distanza fra autenticità e messa in scena a far funzionare ancora oggi il film, anche per chi ormai è abituato a vivere circondato da telecamere, social e vite esposte continuamente agli altri.
The Truman Show fa parte di quei film da vedere almeno una volta nella vita, soprattutto se amate Jim Carrey e siete lieti di vederlo in vesti diverse da quelle comiche: con questo film, infatti, ha vinto un Golden Globe.

