“No, mi piaceva scopare con lui.”
All’uscita di questo film avevo 9 anni ma la risonanza di questa pellicola-scandalo e la popolarità che ha avuto è stata tale da sconvolgere anche la mia tenera età. Credo di averlo visto qualche anno più tardi, ma da quel momento in poi la mia vita è cambiata: non sarebbe più esistita la principessa delle favole ma sua maestà Sharon Stone, una donna dominante, avvenente e mangiatrice di uomini. Insomma, l’antesignana delle MILF tanto osannate da qualche anno a questa parte. Eppure ridurre Basic Instinct alla sola carica erotica sarebbe quasi ingiusto: Paul Verhoeven costruisce un gioco di seduzione e sospetto in cui il desiderio diventa parte dell’indagine stessa. Catherine Tramell non è soltanto “la bella sospettata”, ma un personaggio che sembra sempre avere qualche mossa di vantaggio sugli uomini che cercano di controllarla, e proprio questa sensazione rende il film molto più velenoso di un semplice thriller sexy.
Ma dimentichiamoci un attimo della protagonista assoluta del lavoro di Verhoeven per concentrarci brevemente sulla trama. Un poliziotto (Michael Douglas) viene incaricato di indagare su un delitto morboso avvenuto a San Francisco. Tutte le sue buone intenzioni verranno meno quando conoscerà l’ammaliante Catherine. Fatto il nostro dovere di bravi cineblogger possiamo ricominciare a pensare a Sharon, e nel farlo non possiamo dimenticarci di una delle scene più cult della storia del cinema mondiale: il famoso interrogatorio in cui la protagonista non indossa l’intimo (non fate finta di non sapere di cosa stia parlando). Tra le varie citazioni e remake di questa scena ricordo sempre con piacere la riproposizione parodistica degli stessi fotogrammi ad opera di un villoso Ezio Greggio ne Il Silenzio dei Prosciutti: ogni commento è superfluo. Michael Douglas, nei panni del detective Nick Curran, funziona proprio perché non interpreta l’investigatore irreprensibile: è impulsivo, vulnerabile e finisce presto dentro il gioco psicologico della donna che dovrebbe sorvegliare. Questo squilibrio tiene viva la tensione molto più delle svolte investigative vere e proprie.
Mi fermo qui, spero che questo film non sia una totale sorpresa, ma se lo fosse non vi deluderà: al di là dei risvolti erotici rimane comunque un ottimo thriller carico di tensione. La regia di Verhoeven sfrutta benissimo gli interni freddi, le superfici lucide e una San Francisco elegante ma poco rassicurante, mentre la colonna sonora di Jerry Goldsmith contribuisce parecchio a tenere tutto in uno stato di allerta costante. Basic Instinct fu peraltro un totale successo al botteghino, raccogliendo un incasso tra i più alti di tutti gli anni ’90. Se lo ricordate soltanto per Sharon Stone, vale quindi la pena recuperarlo anche come thriller: provocatorio, sì, ma soprattutto costruito con mestiere e ancora capace di mettere a disagio.

