“Tu pensa a portá i sordi a casa e da’ una mano a st’incapace de tu madre.”
Paola Cortellesi, con il suo esordio alla regia C’è ancora domani, firma un’opera intensa, necessaria e profondamente femminista. Se qualcuno pensa che raccontare la condizione della donna nella Roma del dopoguerra sia solo un esercizio di memoria storica, allora è meglio che si prepari: questo film è un pugno nello stomaco che arriva dritto al presente, perché parla di una violenza e di una cultura patriarcale che, in forme diverse, ci riguardano ancora oggi.
Delia, interpretata dalla stessa Cortellesi, è una moglie e madre incastrata in un matrimonio fatto di soprusi e botte, una quotidianità in cui le sue ambizioni, i suoi desideri e perfino il suo corpo le vengono sottratti da un marito padrone, Ivano (Valerio Mastandrea), e da una società che normalizza il controllo e la sottomissione femminile. La violenza domestica è soffocante, ma non è mai spettacolarizzata: il film sceglie di mostrarla con uno sguardo asciutto, senza ricatti emotivi, rendendola così ancora più agghiacciante. Perché la vera crudeltà è proprio questa: una vita in cui l’abuso diventa routine, un rituale che si ripete e che il mondo intorno, di fatto, lascia fare.
E qui arriva una cosa che, rivedendolo con in testa alcune letture, diventa ancora più interessante: Cortellesi gioca con le nostre aspettative come una barista che ti versa il vino “nel bicchiere sbagliato” apposta, per vedere se te ne accorgi. Il film sembra offrirci la via di fuga più comoda, quella che il cinema ci ha insegnato a desiderare: l’uomo buono che sostituisce l’uomo cattivo. Nino, il “primo amore”, la lettera nascosta, la promessa di una fuga romantica… il nostro cervello fa due più due e si autoconvince. Perché siamo cresciuti con quella favola lì: la donna si salva se trova un uomo migliore. Ma C’è ancora domani usa proprio questa educazione sentimentale contro di noi. Nino è quasi un dispositivo, un depistaggio narrativo che ti fa tifare per la soluzione più banale: cambiare padrone, non cambiare vita.
E infatti il film è molto più cattivo (e molto più intelligente) di così. La posta in gioco non è sentimentale, è identitaria. Quella lettera non è la chiave di una love story: è la miccia di qualcosa di più grosso, collettivo, e per questo infinitamente più pericoloso. Cortellesi ti fa desiderare il bacio finale e poi ti mette davanti un’altra idea di libertà: non quella concessa, non quella romantica, non quella privata… ma quella conquistata con un gesto concreto, storico, che sembra piccolo e invece sposta il mondo.
Anche le scelte stilistiche, che a qualcuno possono sembrare strane (il bianco e nero, certe musiche anacronistiche), in realtà sono parte della stessa trappola. Il bianco e nero richiama il neorealismo, sì, ma non è nostalgia: è una cornice che ti chiude dentro, come se fossi anche tu intrappolato in quella casa, in quella cucina, in quelle regole. E quando parte una canzone “fuori tempo”, il film ti rompe la distanza di sicurezza: non puoi più dire “poverina, altri tempi”. Perché quel meccanismo non è un reperto storico. È una cronaca che continua, solo con colonne sonore diverse.
C’è poi un’intuizione potentissima: la violenza non viene solo “mostrata”, viene svelata come coreografia. In alcune scene la regia trasforma il pestaggio in qualcosa di grottesco, quasi un balletto, e non per addolcire la pillola: al contrario, per costringerci a guardare la struttura, il copione, la ripetizione. Non il sangue, ma l’ingranaggio. È lì che capisci quanto quella casa funzioni come un sistema, non come “un marito cattivo e basta”.
Il cast è centrato: Mastandrea è spaventoso proprio perché è riconoscibile, non è un villain da film, è “uno vero”, uno che potrebbe essere lo zio burbero, il vicino di casa, il nonno con “il caratteraccio”. Romana Maggiora Vergano, nel ruolo della figlia Marcella, regala alcuni dei momenti più intensi, e Cortellesi tiene insieme tutto con una protagonista che sembra piegata ma mai cancellata, capace di una resistenza fatta di micro-azioni: soldi messi via, sguardi, silenzi, piccole scelte che preparano il colpo grosso.
E parlando del finale: resta una bomba, forse ancora di più se lo guardi così. Perché Cortellesi riscrive la favola senza bisogno di proclami. Questo, sì, è un film d’amore. Solo che l’amato non è un uomo. È un’idea di futuro. È la possibilità di essere cittadine, non decorazioni. È la libertà come atto condiviso, non come fuga individuale.
Non è un film perfetto: alcune scelte narrative possono risultare forzate e certe semplificazioni si sentono. Ma sono dettagli che non scalfiscono l’impatto. Perché C’è ancora domani è un’opera necessaria: commuove, scuote, fa arrabbiare e lascia addosso una cosa rara, in Italia, al cinema: la voglia di parlarne subito con qualcuno. E anche la sensazione che non stiamo guardando “una storia del passato”. Stiamo guardando qualcosa che ci riguarda. Adesso.




