“Ehi, Pam, ti ricordi quando ho detto che quest’auto era a prova di morte? Non dicevo una bugia… quest’auto è al cento per cento a prova di morte. Ma per godere di questo vantaggio, tesoro, dovresti essere seduta esattamente dove sono io!”
Quentin Tarantino gira Grindhouse – A prova di morte come se gli avessero consegnato le chiavi di un cinema di periferia degli anni Settanta, una bobina già graffiata e un paio di muscle car da distruggere senza pietà. È uno slasher su quattro ruote, sporco, chiacchierato, sexy e improvvisamente violentissimo, nato come metà del progetto Grindhouse insieme a Planet Terror di Robert Rodriguez e poi distribuito da noi in versione estesa. Probabilmente è ancora oggi il film più sfacciatamente “minore” di Tarantino, e la cosa interessante è che non prova nemmeno a nasconderlo: vuole essere cinema di serie B fatto da uno che conosce troppo bene il cinema per riuscire davvero a farlo male. La pellicola si graffia, il montaggio sembra perdere pezzi, la messa a fuoco ogni tanto fa quello che vuole, il colore sparisce e ritorna. Tutto è volutamente maltrattato. E dietro questo gioco cinefilo c’è una premessa meravigliosamente semplice: Stuntman Mike, interpretato da un Kurt Russell in forma splendida, è un ex stuntman che usa la propria automobile “a prova di morte” per cacciare e uccidere giovani donne. Non serve molto altro. Anzi, una delle qualità del film è proprio questa: Tarantino prende un’idea da exploitation movie che potrebbe stare scritta su un tovagliolino e decide di divertirsi con tutto ciò che può succedere attorno.
Il paradosso è che A prova di morte parla moltissimo prima di premere davvero sull’acceleratore. Le ragazze bevono, fumano, scherzano, parlano di sesso, uomini, cinema e cose apparentemente inutili mentre Stuntman Mike resta ai margini, osserva, sorride e aspetta. È qui che nasce anche la divisione più evidente tra chi ama il film e chi lo considera uno dei Tarantino meno riusciti: i dialoghi possono sembrare irresistibilmente suoi oppure interminabili, e a tratti lo sono entrambe le cose. Ma quella lentezza serve anche a costruire la trappola. Kurt Russell riesce a passare da vecchio stuntman affabile a presenza disgustosamente minacciosa senza cambiare quasi espressione, e quando il film decide finalmente di mostrare di cosa sia capace la sua macchina, cambia temperatura in pochi secondi. Poi Tarantino riparte quasi da zero con un altro gruppo di donne – Rosario Dawson, Tracie Thoms, Mary Elizabeth Winstead e soprattutto Zoë Bell, vera stuntwoman che qui interpreta una versione di sé stessa – e trasforma gradualmente il meccanismo. Chi sembrava predatore scopre che non tutte le prede hanno intenzione di comportarsi come tali. È una struttura semplicissima ma molto furba, perché la seconda metà rilegge la prima e prepara una lunga esplosione di adrenalina in cui le acrobazie automobilistiche hanno ancora peso, rumore e pericolo reali. Vedere Bell aggrappata al cofano di una Dodge Challenger lanciata sull’asfalto produce quella sensazione fisica che molta action digitale cerca disperatamente di imitare. Qui non c’è bisogno di immaginarla: sta succedendo davvero davanti alla macchina da presa.
Ed è probabilmente questo il motivo migliore per recuperare Grindhouse – A prova di morte. Non perché sia il Tarantino più profondo, né il meglio scritto o il più equilibrato: sarebbe difficile metterlo davanti a Pulp Fiction, Jackie Brown o Bastardi Senza Gloria. È compiaciuto, pieno delle sue ossessioni, innamorato dei piedi, delle vecchie canzoni, delle automobili, dei dialoghi che potrebbero essere accorciati di cinque minuti e che lui invece prolunga per altri dieci. Ma ha una libertà quasi irresponsabile che con il tempo è diventata parte del suo fascino. Il montaggio di Sally Menke, la colonna sonora, il volto segnato di Russell, la grana fasulla della pellicola e soprattutto gli inseguimenti costruiscono un oggetto strano: nostalgico verso un cinema che era già sporco, economico e marginale quando esisteva davvero, ma realizzato con una precisione tecnica quasi maniacale. Se cercate un thriller che corra dal primo minuto, potreste chiedervi più volte quando arriverà il punto. Se invece avete voglia di entrare nel gioco, accettare le chiacchiere e aspettare che Tarantino finisca di caricare la molla, il payoff è di quelli che fanno venire voglia di alzare il volume. È un film da vedere soprattutto per chi ama il cinema di genere quando smette di comportarsi bene: un divertimento feroce, volutamente imperfetto e con abbastanza benzina nel serbatoio da essersi guadagnato, col tempo, una seconda vita da piccolo cult.




