L’Ultima Missione – Project Hail Mary

Project Hail Mary - Phil Lord, Christopher Miller, 2026


Voto medio: 4,32
(31 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 156 minuti
GENERE: Avventura, Commedia, Drammatico, Fantascienza
CAST: Ryan Gosling, Milana Vayntrub, Sandra Hüller, Ken Leung, James Ortiz, Lionel Boyce, Robert Smith (III), Bastian Antonio Fuentes, Priya Kansara, Alice Brittain, Aaron Neil, Orion Lee.

“Se non agiamo, ogni cosa qui si estinguerà… inclusi noi.”

Project Hail Mary è uno di quei rari film di fantascienza che riescono a partire da un’idea gigantesca (il Sole che si sta spegnendo, la Terra che rischia una glaciazione, una missione disperata a dodici anni luce da casa) e a riportarla sempre, ostinatamente, su qualcosa di molto umano. Non è soltanto un film sullo spazio, sulla scienza o sulla sopravvivenza: è un film sull’intelligenza usata bene, sulla paura di essere all’altezza, sul senso di responsabilità quando nessuno ti ha davvero chiesto di diventare un eroe. E, soprattutto, è un film che capisce una cosa fondamentale: la fantascienza funziona davvero quando dietro il “what if?” c’è un cuore che batte. Per questo, al netto di qualche passaggio un po’ allungato, L’Ultima Missione è un film da vedere assolutamente se cerchi un’avventura sci-fi che non si limiti a impressionarti, ma riesca anche a lasciarti addosso calore.

Ryland Grace, interpretato da Ryan Gosling, si risveglia da solo su un’astronave senza ricordare quasi nulla, e il film è abbastanza intelligente da non trasformare subito questa amnesia in un semplice trucco narrativo. All’inizio la storia ti chiede di orientarti insieme a lui, di ricostruire pezzo per pezzo una missione impossibile che riguarda il destino del pianeta, ma presto capisci che il vero centro non è il mistero in sé. È il modo in cui Grace, ex scienziato diventato insegnante, si ritrova costretto a riscoprire non solo cosa deve fare, ma anche chi è quando non può più nascondersi dietro l’ironia, la riluttanza o la paura. Gosling qui lavora benissimo proprio su questo equilibrio: è buffo, nervoso, vulnerabile, a tratti persino codardo, e proprio per questo funziona. Non interpreta il genio infallibile che risolve tutto con una formula brillante, ma un uomo molto bravo che continua a sentirsi inadeguato davanti al peso morale della missione. Ed è una scelta che rende il film molto più vivo di tanti altri blockbuster spaziali che scambiano la grandezza della premessa per profondità automatica.

Poi, certo, arriva il vero elemento che cambia tutto, e il bello è che il film non lo tratta come una semplice trovata da high concept. La relazione che si costruisce progressivamente al centro del racconto è il motivo per cui Project Hail Mary smette di essere “solo” un ottimo film di fantascienza e diventa qualcosa di più memorabile. Non entro nei dettagli perché una parte del piacere sta anche nello scoprirlo, ma il film ha la lucidità di capire che il primo contatto, in fondo, non è tanto una questione di effetti speciali o stupore visivo: è un problema di linguaggio, fiducia, compromesso, curiosità reciproca. In un cinema che spesso usa lo spazio per parlare di annientamento, qui lo spazio diventa il luogo in cui due solitudini imparano a collaborare. E questa è forse la sua intuizione più riuscita: trasformare un racconto di salvezza globale in una storia di amicizia improbabile, buffa, tenerissima, ma mai trattata con superficialità. Funziona perché il film si prende il tempo per far crescere quel legame, e perché la scrittura trova un equilibrio raro tra spiegazione scientifica, commedia e vera partecipazione emotiva.

Anche sul piano visivo il film sembra avere più cura del normale. Non nel senso sterile del “si vede che è costato milioni di dollari”, ma nel senso che ogni scelta sembra pensata per dare corpo a questo viaggio. Le scene dentro la Hail Mary hanno una fisicità molto convincente: certe interazioni sembrano davvero accadere nello stesso spazio, con un peso, un ritmo, una concretezza che la CGI pura spesso non riesce a restituire. Anche per questo il film regge molto bene la sua componente più emotiva: non ti sembra mai di stare guardando un esercizio sterile di worldbuilding, ma un mondo in cui gli esseri, gli oggetti, i gesti hanno consistenza. E in un film che parla così tanto di comunicazione, materia e presenza, non è un dettaglio da poco.

Non credo che questo film punti alla vertigine filosofica di Arrival o alla monumentalità cosmica di Interstellar, e in fondo va benissimo così. Il suo obiettivo è diverso: essere più caldo, più diretto, più affettuosamente nerd, senza rinunciare alla tensione o al senso della meraviglia. Qualche spettatore lo troverà forse troppo spiritoso o un po’ troppo lungo, e in alcuni punti si sente che semplifica la scienza del romanzo per restare accessibile, ma è una semplificazione che raramente tradisce lo spirito dell’operazione. Alla fine quello che resta non è tanto la perfezione del meccanismo, quanto il piacere di aver visto un film che crede davvero nella cooperazione, nella competenza, nella gentilezza e nel sacrificio senza diventare stucchevole. E di questi tempi non è poco. Se ti manca quel tipo di fantascienza capace di essere spettacolare senza diventare cinica, L’Ultima Missione: Project Hail Mary è esattamente il tipo di film da vedere che può ridarti fiducia nel genere.