Naza

NAZA - Yuval Abraham, Rachel Szor, 2026


Voto medio: 4,52
(21 voti totali)

Film da vedere consigliato da

DURATA: 80 minuti
GENERE: Documentario, Guerra
CAST: Nessun cast accreditato; il documentario raccoglie 24 testimonianze anonime di membri dell’apparato militare e dell’intelligence israeliana..

“Sono i danni collaterali; il numero di civili che moriranno in seguito a un attacco.”

Naza trasforma una parola tecnica in un atto d’accusa cinematografico. Nel documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, quel termine indica la stima dei civili che potrebbero morire in un attacco: vite umane ridotte a una voce di calcolo. È da qui che parte uno dei film da vedere del 2026 più difficili da scrollarsi di dosso, non perché cerchi immagini sempre più scioccanti, ma perché sceglie la strada opposta. In ottanta minuti ci porta sui tetti notturni di Tel Aviv e ascolta 24 testimonianze anonime di militari e membri dell’intelligence israeliana che descrivono dall’interno sistemi di sorveglianza, selezione degli obiettivi, intelligenza artificiale e procedure legate ai bombardamenti su Gaza. Volti nascosti, voci alterate, pochissima spettacolarizzazione. Intorno, una città che continua a vivere. È proprio questo contrasto a mordere: mentre le luci di Tel Aviv restano accese, le parole raccontano una realtà in cui la morte di civili palestinesi può entrare nel linguaggio operativo come numero previsto, discusso, autorizzato.

La cosa più devastante di Naza è quanto tutto suoni ordinario. Abraham e Szor non costruiscono il film attorno alla ricerca del singolo “mostro”, e sarebbe stata una scorciatoia molto più comoda. Spostano invece il fuoco sul sistema: responsabilità frammentate tra persone, schermi, protocolli, algoritmi, superiori, formule. Ed è qui che Naza entra a gamba tesa, perché parla di potere proprio nel punto in cui il potere prova a diventare invisibile. Una parola come “danno collaterale” non cancella soltanto un volto: crea distanza, rende amministrabile ciò che nella realtà ha un corpo, una famiglia, una storia. Il film lavora su questa frattura senza bisogno di una voce narrante che ci dica continuamente cosa provare. Le pause, i disegni, le spiegazioni tecniche e soprattutto i silenzi fanno il lavoro sporco. Più le testimonianze restano calme, più diventa difficile difendersi emotivamente da ciò che stanno descrivendo. Ed è una scelta di regia lucidissima: non trasformare Gaza in spettacolo del dolore, ma mostrare il meccanismo che, secondo l’inchiesta, permette di trasformare persone reali in variabili.

Naturalmente l’anonimato delle fonti è un limite che va tenuto presente, soprattutto davanti ad accuse di questa gravità, e le autorità militari israeliane hanno contestato le conclusioni del film. Ma Naza non si appoggia a una sola voce miracolosa: costruisce la propria tesi attraverso 24 testimonianze, materiali d’archivio e un lavoro d’inchiesta sviluppato nell’arco di tre anni. Il punto, cinematograficamente, non è chiedere allo spettatore una fede cieca; è metterlo davanti a un insieme di testimonianze e procedure abbastanza coerente da meritare attenzione, verifica, discussione. La forma essenziale aiuta moltissimo. Ottanta minuti sono pochi per una materia così enorme, e qualcuno potrà sentire la mancanza di un contraddittorio più ampio o di un contesto storico più disteso; ma allargare troppo il campo avrebbe probabilmente indebolito la precisione dell’operazione. Abraham e Szor vogliono osservare un meccanismo specifico, non raccontare l’intero conflitto israelo-palestinese. Il film è dichiaratamente situato, ha una tesi netta e non la nasconde. La sua forza è rendere quella tesi concreta, leggibile e soprattutto umana.

Il Premio Speciale della Giuria a Venezia e il premio del pubblico per il miglior film europeo a San Sebastián raccontano quanto Naza abbia già lasciato il segno, ma il riconoscimento più interessante è forse un altro: dopo la visione, alcune parole non tornano più a essere neutre. “Obiettivo”, “algoritmo”, “soglia”, “danno collaterale” smettono di essere lessico tecnico e tornano a indicare conseguenze su esseri umani. È esattamente per questo che Naza appartiene alla parte più necessaria della nostra sezione Film per vedere: non perché pretenda di chiudere una discussione politica, ma perché apre una finestra su come guerra, tecnologia, linguaggio e burocrazia possano interagire nella produzione della violenza. Se cercate un documentario comodo, non è questo. Se cercate un film capace di farvi vedere più chiaramente un meccanismo del presente, anche quando ciò che mostra è difficile da sostenere, Naza merita ottanta minuti e parecchio tempo dopo i titoli di coda.