“Non abbiamo un altro posto dove andare…“
No Other Land porta lo spettatore a Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata, e gli toglie rapidamente qualsiasi possibilità di guardare da lontano. Il documentario diretto da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal nasce da anni di immagini raccolte mentre l’esercito israeliano demolisce case, scuole e infrastrutture delle comunità palestinesi che vivono nell’area dichiarata zona di addestramento militare. Al centro c’è Basel, attivista palestinese cresciuto assistendo alla lotta della propria famiglia contro espulsioni e demolizioni, che prende una videocamera perché documentare diventa una forma elementare di difesa: se non può impedire che una casa venga abbattuta, almeno può impedire che quell’atto scompaia senza lasciare traccia. No Other Land è un film da vedere proprio per questo. Non arriva dopo i fatti per ricostruirli ordinatamente: nasce dentro di essi, con immagini spesso sporche, traballanti, prese con telefoni e piccole videocamere mentre qualcuno corre, protesta, urla, cerca di salvare ciò che può.
Quella materia grezza avrebbe potuto trasformare il documentario in una successione insostenibile di atrocità. Invece il film trova una struttura potentissima alternando la violenza delle demolizioni alla vita che continua ostinatamente fra una incursione e l’altra. Le persone ricostruiscono. I bambini giocano. Le famiglie mangiano insieme. Poi tornano soldati e ruspe e qualcosa viene nuovamente distrutto. È precisamente questa ripetizione a far male: non l’eccezionalità della violenza, ma la sua normalizzazione. Una casa non viene demolita come culmine drammatico di una storia; può essere demolita, ricostruita e demolita ancora. Una comunità intera impara a vivere dentro l’attesa della prossima decisione presa da qualcun altro. La macchina da presa di No Other Land registra così una relazione di potere prima ancora di formularne una tesi. Da una parte ci sono persone che devono dimostrare continuamente il proprio diritto a rimanere sulla terra in cui vivono; dall’altra un apparato militare e amministrativo capace di decidere dove possono costruire, muoversi e abitare. Il film non nasconde il proprio punto di vista e non finge una neutralità televisiva: nasce apertamente dalla resistenza palestinese alle espulsioni. Ma la sua forza cinematografica sta nel mostrare prima di spiegare. Quando una ruspa arriva davanti a una casa, non serve un monologo per comprendere cosa significhi perderla.
Poi c’è Yuval Abraham, giornalista israeliano, ed è qui che No Other Land diventa ancora più intelligente. Il rapporto con Basel non viene utilizzato per costruire la consolante favola dei “due ragazzi di parti opposte che scoprono di essere uguali”. Sono amici, collaborano, si vogliono bene, ma non sono uguali davanti al sistema in cui vivono. Yuval può spostarsi, tornare a casa, attraversare luoghi che per Basel restano inaccessibili. Può indignarsi perché un articolo non produce immediatamente conseguenze; Basel gli ricorda che la sua comunità perde da decenni. È un rapporto bellissimo proprio perché il film non cancella questa disparità per renderlo più digeribile. La solidarietà esiste, ma non annulla il privilegio. E vedere un israeliano schierarsi accanto agli abitanti palestinesi rende ancora più difficile liquidare il documentario come semplice contrapposizione identitaria: il bersaglio è un sistema concreto di occupazione, controllo ed espulsione, non un popolo trasformato in caricatura.
Le riprese principali terminano nell’ottobre 2023, e guardare oggi No Other Land significa inevitabilmente portarsi dietro tutto ciò che è avvenuto dopo. Ma una delle cose più importanti che il film riesce a mostrare è proprio che la storia palestinese che documenta non comincia il 7 ottobre. Basel filma dal 2019 e utilizza anche immagini precedenti; dietro quelle immagini ci sono decenni di conflitto sulla terra di Masafer Yatta. L’Oscar al miglior documentario arrivato nel 2025, dopo i premi alla Berlinale e agli European Film Awards, ha dato al film una visibilità enorme, ma sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto come “il documentario sulla Palestina che ha vinto l’Oscar”. No Other Land è soprattutto testimonianza: novantasei minuti in cui persone che rischiano di essere cancellate dal proprio territorio insistono nel lasciare immagini della loro presenza. Fa rabbia, fa male, a tratti lascia impotenti. E proprio per questo appartiene pienamente ai nostri Film per vedere: quelli che non servono a confermare che conosciamo già il mondo, ma a costringerci a guardarlo un po’ meglio.




