The Jacket, prodotto tra gli altri da George Clooney e Steven Soderbergh, vede protagonista Adrien Brody nei panni di Jack Starks, reduce della guerra del Golfo e affetto da un’amnesia post-traumatica. Jack viene accusato di omicidio e rinchiuso in un ospedale psichiatrico, dove il dottor Becker, interpretato da Kris Kristofferson, lo sottopone a un trattamento sperimentale: farmaci, una camicia di forza e l’isolamento dentro un cassetto dell’obitorio. È proprio durante queste terribili sedute che Jack comincia a ritrovarsi nel futuro. Il film gioca quindi con il viaggio nel tempo, ma senza trasformarlo in fantascienza spettacolare: tutto nasce da un ambiente claustrofobico, freddo e ambiguo, dove non è mai chiarissimo quanto di ciò che vediamo appartenga alla realtà, alla memoria o a una mente traumatizzata.
Jack si ritrova nel 2007 e incontra Jackie Price, interpretata da Keira Knightley, la stessa bambina a cui nel 1992 aveva regalato le proprie piastrine militari. È proprio lei a dirgli una cosa impossibile da ignorare: Jack Starks risulta morto nel 1993. Da quel momento il protagonista usa ogni ritorno nel futuro per capire che cosa gli accadrà e se sia possibile cambiare qualcosa. La struttura può ricordare film come The Butterfly Effect, ma The Jacket è molto meno interessato ai paradossi e molto più alle emozioni che nascono dal sapere in anticipo quanto tempo potrebbe restare.
Adrien Brody funziona benissimo perché porta addosso la fragilità di Jack senza trasformarlo nell’eroe classico che controlla il proprio destino. Keira Knightley gli fa da contraltare con una Jackie adulta disillusa, mentre Jennifer Jason Leigh e Daniel Craig completano un cast decisamente più ricco di quanto la fama limitata del film lasci immaginare. Anche visivamente il film ha una personalità precisa: corridoi ospedalieri, neve, luci fredde e il buio soffocante del cassetto dell’obitorio costruiscono un’atmosfera da thriller psicologico più che da fantascienza pura.
The Jacket resta per me un film estremamente sottovalutato e poco trasmesso. Non è perfetto e qualche passaggio chiede di accettare il meccanismo senza troppe spiegazioni, ma ha un’idea forte, un ottimo protagonista e soprattutto un tono malinconico che lo distingue da tanti altri film sui viaggi nel tempo. Se vi piacciono i thriller che mescolano destino, memoria e possibilità di cambiare il futuro, vale davvero il recupero. La cosa migliore è che non cerca mai di spiegare tutto con una formula fantascientifica: il meccanismo temporale resta quasi un mistero e serve soprattutto a mettere Jack davanti alla propria morte. Proprio questa scelta rende il film più emotivo che cerebrale e gli dà un’identità molto più forte di quanto la sua fama faccia pensare.

