“Volevo proteggerti dai casini di tua madre, dai miei casini, anche se so che è impossibile.”
One Battle After Another è uno di quei film che non cercano di piacere a tutti, ma che una volta entrati nel loro ritmo sanno essere magnetici, disturbanti e sorprendentemente lucidi. E forse la cosa più affascinante è che due persone possono sedersi nella stessa sala, vedere le stesse identiche scene e uscire con due film completamente diversi in testa. Non è un effetto collaterale: è proprio il cuore del progetto. Paul Thomas Anderson (Ubriaco d’Amore, Il Petroliere, Vizio di Forma, Il Filo Nascosto) torna a un cinema più sporco e istintivo, costruendo un’opera che non si limita a raccontare, ma ti costringe a prendere posizione.
La storia attraversa decenni e identità spezzate: Pat Calhoun, ex rivoluzionario del gruppo French 75, vive nascosto sotto falso nome con la figlia Willa, cresciuta all’ombra di una lotta che non ha scelto. Il passato però torna a bussare, soprattutto con il ritorno di Steven J. Lockjaw, figura ossessionata dal controllo e legata a Perfidia Beverly Hills. Da lì in poi il film diventa una fuga continua fatta di inseguimenti, tradimenti e tensioni che non si risolvono mai del tutto. Ma quello che colpisce davvero è la struttura. I primi trenta minuti sono quasi un altro film: ritmo altissimo, montaggio nervoso, adrenalina pura. Poi arriva una frattura netta, e tutto rallenta, trasformandosi in un dramma familiare più intimo e riflessivo. È una scelta precisa: prima il fuoco, poi la cenere. Anderson ti destabilizza, ti toglie il terreno sotto i piedi e ti costringe a ricalibrare continuamente il tuo modo di guardare.
Il film avanza per accumulo più che per spiegazione. I personaggi sono ambigui, spesso contraddittori, e raramente si prestano a letture semplici. La militanza non è né glorificata né ridicolizzata, mentre il potere repressivo appare come un sistema diffuso, più che come un nemico identificabile. Ed è proprio qui che emerge uno degli elementi più interessanti: l’ambiguità. I movimenti politici raccontati non rimandano a realtà precise, ma funzionano come contenitori vuoti. Ognuno ci vede quello che vuole vedere. Non è solo un film politico divisivo: è un film costruito per esserlo.
Il cuore emotivo resta però il rapporto padre-figlia. Pat è lontanissimo dall’eroe classico: è stanco, fragile, spesso fuori controllo. Non vuole cambiare il mondo, vuole solo sopravvivere e proteggere sua figlia. Ed è proprio questa sua “normalità” a renderlo così potente. Perché quando il protagonista non è un genio né un mostro, ma una persona qualunque, la domanda cambia: non cosa farebbe un eroe, ma cosa faresti tu. Willa, invece, è il vero punto di trasformazione. Osserva, assorbe, cresce in un mondo che non ha scelto e che deve imparare a decifrare. È attraverso di lei che il film riflette su cosa resta delle ideologie, su come si trasmettono (o si deformano) nel tempo. E anche qui, senza mai esplicitarlo del tutto, il film suggerisce differenze sottili ma importanti tra chi ha spazio per evolversi e chi resta ai margini.
Dal punto di vista formale, la regia di PTA è precisa e nervosa allo stesso tempo. La colonna sonora gioca un ruolo fondamentale: più che guidare le emozioni, le distorce, creando un disagio costante che rende difficile elaborare quello che si sta vedendo in modo lineare. È come se il film volesse impedirti di prendere una posizione immediata, rimandando tutto al “dopo”. Ed è proprio lì che il film continua. One Battle After Another non finisce con i titoli di coda: si sposta fuori dalla sala, nelle discussioni, nei disaccordi. Ognuno esce con una versione diversa, e tutte sembrano plausibili. È uno specchio più che un racconto, un meccanismo che riflette le convinzioni dello spettatore.
Non è un film perfetto. La durata si fa sentire e alcune sottotrame restano volutamente incomplete, mentre certi personaggi funzionano più come simboli che come individui pienamente sviluppati. Ma sono scelte coerenti con l’idea di fondo: togliere certezze, lasciare spazio all’interpretazione. Una Battaglia dopo l’Altra è un film che divide, ed è giusto così. Non cerca di rassicurare, non offre risposte semplici. È un’opera che ti mette davanti a te stesso più che davanti a una storia. E per chi ama il cinema di PTA e non ha paura di perdersi un po’ lungo la strada, è senza dubbio un film da vedere.




